Federica Giglio, apicoltrice (Le 2 pervinche – Cassine – AL), con i suoi articoli cercherà di avvicinare tutti al fantastico mondo delle api, della natura, della biodiversità. Oggi ci racconta del rischio nell’uso dei prodotti fitosanitari. Una consapevolezza che deve sempre più prendere piede perché tra i tanti danni il non corretto utilizzo va a colpire anche gli insetti utili come le api.

Federica Giglio

La Fontaine, noto scrittore del 18° secolo, era solito narrare della singolare amicizia tra un uomo solitario ed un orso torvo.
Un giorno,  l’uomo si appisolò sul divano ed una mosca iniziò a ronzargli intorno. L’orso s’inquietò e, quando la mosca si pose sul capo dell’uomo, l’animale non esitò ad usare un mattone per scacciarla, uccidendo così l’insetto e l’amico.
La Fontaine ci aiuta a capire come le azioni compiute in modo avventato, seppur guidate da un buon proposito, possono portare a conseguenze indesiderate.
La morale di questa favola ha molto in comune con il tema che affronterò in questo articolo.
Quando decisi di iscrivermi alla facoltà di Agraria, lo feci perché credevo  fosse il settore più adatto per il conseguimento di un ambiente pulito, la lotta per la diminuzione dell’inquinamento e le molteplici problematiche che comporta.
Con il conseguimento della laurea ed i primi anni passati nel mondo del lavoro, ho constatato come il settore dell’agroindustria sia guidato da una continua ricerca della perfezione estetica del prodotto,  senza valutare il rischio e la pericolosità delle pratiche agricole necessarie per l’ottenimento di questo obiettivo.
Questo modo di operare, portato avanti da decenni, ha visto una crescita esponenziale nell’Era della globalizzazione e della grande industria, che nel tempo sta distruggendo l’equilibrio così delicato che esisteva tra uomo e natura.
La sensibilità, i disagi, i timori circa le problematiche ambientali e la tossicità di molti prodotti fitosanitari di largo uso, è aumentata negli ultimi decenni, partendo dal settore agricolo e pian pano coinvolgendo tutta la filiera agroalimentare.
Il risvolto della medaglia è la presenza, soprattutto sul web, di articoli inerenti alla “salvaguardia” del pianeta, proponendo nuove tecniche a minor impatto ambientale molto spesso non supportate da esperienza diretta in campo e da scarso valore scientifico.
Nascono così figure quasi mitologiche: agricoltori salvatori del pianeta, i quali sono guidati da buoni propositi così come da poca esperienza, slegandosi dal problema reale pur di avere un pò di notorietà.
Le piante che coltiviamo, gli animali che alleviamo, hanno bisogno delle nostre cure.

La paura verso le malattie, in molti casi giustificata, può portare ad un abuso di prodotti con principi attivi sempre più potenti, per controllare patologie sempre più forti ed in continuo mutamento.
A tutto questo si aggiunge l’irruenza, quella che ci fa prendere in mano uno spray insetticida o un atomizzatore pieno di fitofarmaci di cui spesso non si conosce il principio attivo, né tantomeno l’effetto non selettivo sulla singola coltura da trattare, nè l’impatto dannoso che può avere su ciò che la circonda a causa dell’eccessiva quantità di prodotto disperso.
La storia dell’orso, di La Fontaine, è paragonabile all’uso improprio di tecniche e prodotti che sembrano dare una soluzione rapida ed efficace sul breve periodo, ma che hanno invece delle conseguenze sul lungo termine che non avevamo calcolato a causa della scarsa informazione e perché no, un po’ di impazienza, quasi adolescenziale, nel risolvere un problema ed affrontare una patologia senza curarsi delle conseguenze. Scegliere di lavorare con un regime  biologico/biodinamico/naturale, non è sempre facile, soprattutto quando la proprietà non è parte di un corpo unico e i singoli appezzamenti sono frazionati, distanti tra loro e confinanti con altri terreni di proprietari o colture differenti, sostenuti da metodi di lotta convenzionali.
Un grande problema, in questa ottica è quello della deriva dei prodotti, in particolare in zone in cui sono ancora ammessi i trattamenti con l’elicottero e/o  nelle zone collinari con presenza di forti pendenze e di conseguenza liscivazione dei prodotti.
L’effetto deriva è l’entità della dispersione di sostanze chimiche nell’ambiente.
Alcuni dei problemi che comporta sono:
–  la contaminazione di corsi d’acqua o di altre aree sensibili;
–  la contaminazione di aree frequentate dalle persone, come zone di pertinenza di strutture pubbliche quali scuole, ospedali, campi sportivi, parchi giochi per bambini e pertinenze di abitazioni, orti, giardini privati, strade;
–  la contaminazione di coltivazioni poste in vicinanza del campo trattato.-  la moria degli insetti pronubi.

Nel caso dell’ultimo punto citato, si può avere come conseguenza la presenza di residui di sostanze attive non ammesse sulla coltura interessata e in base al principio attivo presente nel prodotto, possiamo avere diversi effetti collaterali, tra cui creare le condizioni che pregiudicano la sopravvivenza di apoidei e altri insetti,  che si fermeranno in quella contrada.
Finché si utilizzeranno i fitofarmaci , esisteranno le contaminazioni ambientali ma perlomeno possiamo impegnarci a limitare i danni.

UTILIZZO DI SIEPI
Uno dei metodi adottati oggi è la mitigazione di siepi campestri.
Le siepi intercettano oltre il 90% delle goccioline di prodotto, nebulizzate con l’atomizzatore.
La deriva dei fitofarmaci può superare i 10 metri, per questo un ostacolo può fare la differenza.
L’efficacia può variare in base alla fittezza; è banale dire che minore è la porosità maggiore è la deriva intercettata. Per avere un buon effetto di contenimento deve avere:
– una porosità inferiore al 35%, uniforme dalla terra alla cima della pianta
– un’altezza di almeno 3 metri e una copertura fitta.
È consigliato piantare  specie autoctone che siano già adattate all’ambiente e alle temperature.
Una volta cresciute non si possono lasciare al loro destino, è opportuno effettuare la gestione necessaria ed è consigliabile prestare particolare attenzione al trattamento della chioma, in quanto è proprio questa ad avere la funzione di barriera protettiva.
Questi strumenti sono un esempio dei mezzi a disposizione degli agricoltori interessati ad operare in  maniera integrata, mettendo in campo tutti i mezzi più o meno tradizionali e tecnologici per ridurre l’impatto sull’ambiente.

Chiaramente tutto il peso della mitigazione non può ricadere ad una singola tecnica ma saranno tanti piccoli cambiamenti che potranno fare la differenza, tra cui:
-utilizzo di atomizzatori con ugelli antideriva
-utilizzo di coadiuvanti antideriva
– corretta esecuzione dei trattamenti antiparassitari
– utilizzo di prodotti meno impattanti
-praticare un’agricoltura sostenibile
– ridurre la quantità di H2O\ha e calcolarla in base alla fase fenologica.
Solo mettendo insieme più tecniche e soprattutto più aziende, si potrà fare la differenza.
Ad oggi ci sono aree vitate, ma anche altre colture, in cui la biodiversità è messa a rischio dalle monocolture.
La viticoltura, è un settore dell’ agroindustria che sta riscuotendo molto successo negli ultimi anni e di conseguenza molti investimenti ed aspettative da parte degli imprenditori. Non importa se un’azienda viene seguita secondo un regime biologico\demeter\organic o convenzionale, la differenza sostanziale la fa il modo di ragionare e operare; bisogna essere in grado di valutare l’uso di trattamenti in un’ottica globale di tante aziende agricole e non limitarsi a pensare solo a ciò che vi è all’interno dei propri confini.
La terra che si lavora, l’aria che si respira, gli organismi e microrganismi presenti in un habitat, tutti risentono delle nostre operazioni; ogni singolo, infatti, dovrebbe sentirsi responsabile e soprattutto, bisognerebbe ricordare che la terra è presa in affitto dai genitori per i propri figli ma non sarà mai di nessuno.