Nell’articolo di oggi vi raccontiamo di un luogo di Torino che ha un nome (popolare non toponomastico) che da solo mette i brividi: il Rondò d’la furca, dove un tempo si eseguivano le impiccagioni.

il Rondo d’la Furca – foto Silvia Bertelli

Oggi è un luogo decisamente trafficato dove transitano sette linee di autobus, tre di tram oltre ad auto e altri mezzi motorizzati.
Il nome tramandato dalla tradizione popolare non trova riscontro nella toponomastica torinese anche se esistono quattro fermate dei mezzi pubblici che portano il suo nome.
Si tratta di uno spiazzo circolare tra corso Regina Margherita, corso Principe Eugenio e corso Valdocco da una parte e via Cigna dall’altra.
Trovarsi in quel punto e osservare il traffico cittadino non susciterebbe alcuna sensazione se non altro la rabbia per l’inquinamento che si va a formare per le emissioni dei mezzi che transitano.
Vengono, invece, i brividi se la mente corre immaginando i fatti e l’aura che aleggia per il fatto che si tratta di uno dei luoghi più visitati dal turismo esoterico.
Sto parlando (anzi scrivendo) del Rondò d’la furca italianizzato in Rondò della Forca.
Durante il Regno di Sardegna in questo spiazzo, creato dopo l’abbattimento delle mura (decretate da Napoleone I il 23 giugno 1800, qualche giorno dopo la famosa battaglia di Marengo), era collocato il patibolo, installato di volta in volta, per dare luogo alle esecuzioni pubbliche per impiccagione dei condannati per omicidio e cospirazione politica, casualmente un’area che si trova non distante da piazza Statuto e non lontano dell’area di sepoltura citato nell’articolo su piazza Statuto.

stampa di una impiccagione

La “furca” rimase in uso fino al 1863 mentre non vi è certezza sull’anno di entrata in funzione anche se alcune fonti affermano che sia il 1835.
Come avevo scritto poco sopra, questo nome però non è mai stato assegnato dal Comune; Rondò d’la Furca deriva dalla tradizione popolare che l’ha tramandato fino ai giorni nostri e, ancora oggi si continua a chiamare comunemente così.
Quando la “forca” era in funzione la zona era “aperta campagna” e l’urbanizzazione che ha sviluppato la città era allora inimmaginabile: si trattava di un vasto slargo circondato da grandi pini che rendevano l’ambiente sufficientemente buio e tetro.
Il luogo era in grado di ospitare molti spettatori che al termine dell’esecuzioni si gettavano sulla corda della forca per trarne auspici ai fine del gioco del lotto ma si animava anche con la presenza di saltimbanchi, cantastorie, venditori e borsaioli quasi come si trattasse di un giorno di festa o di fiera.
Dicevamo degli auspici per il gioco del lotto che gli spettatori traevano nel toccare la corda dopo l’impiccagione ma ci sono risvolti decisamente più macabri quale il fatto di contare il numero di giri che il corpo dell’impiccato avrebbe fatto prima di restare immobile per giocarli successivamente al lotto.

Localizzazione del “Rondò della Forca”, denominato «Circolo di Valdocco», nella Torino di metà Ottocento, CeSRAMP 1865. Pianta della Città di Torino

Ricordo che le esecuzioni erano sempre pubbliche: da un lato per far vedere che la condanna veniva effettivamente eseguita e dall’altro per intimorire gli spettatori al fine di prevenire i reati.
Succedeva che il pubblico manifestasse soddisfazione per la condanna con lanci di sassi al condannato oppure, se non soddisfatto, contro le forze dell’ordine.
Inoltre l’area era attorniata da prati, fossi, pozze e poche case.
Era stato scelto anche per la sua vicinanza alla prigione che si trovava in quella che oggi è via Corte d’Appello.
L’esecuzione capitale era preceduta da un’usanza che aveva tutto il gusto di un rituale sacrificale: al condannato venivano legati capo e mani, poi saliva sul carro in compagnia del sacerdote.
Tale carro percorreva, in mezzo alla folla, le vie della città verso il luogo d’esecuzione pubblica, preceduto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Misericordia, fiancheggiato dai carnefici e seguito dai soldati, mentre la campana municipale cadenzava la marcia.

il monumento a Giuseppe Cafasso
foto Giusy Virgilio

Arrivata l’ora dell’impiccagione, il Sindaco della Misericordia bendava gli occhi al condannato e don Cafasso, Il Preive d’la furca (il Prete della forca) come veniva chiamato dai torinesi, concedeva l’assoluzione e faceva baciare il crocefisso.
Oggi all’angolo con Corso Regina Margherita è possibile ammirare una statua, eretta nel punto esatto in cui una volta c’era il patibolo, dedicata alla memoria di don Giuseppe Cafasso (1811-1860), divenuto patrono dei condannati a morte per il sostegno spirituale incondizionato che offrì a tutti coloro che salivano sulla forca, incurante che fossero colpevoli o meno.
Il monumento venne eretto nel 1961, voluto dai carcerati di tutta Italia ed eseguito dallo scultore Virgilio Audagna (1903-1993): l’opera raffigura il Santo nella caritatevole estrema opera di conforto a un condannato.