Oggi la nostra redattrice Giulia Quaranta Provenzano ci propone l’intervista al chitarrista. È possibile contattare il giovane, per live e richiedere lezioni di chitarra, sul suo profilo Instagram  (per accedervi il link in fondo all’articolo)… e ascoltarlo!

Buongiorno Panfilo! Vorrei iniziare la nostra chiacchierata chiedendoti subito come, quando e da quale esigenza interiore nasce il tuo viaggio nella Musica. “Buongiorno Giulia! Il mio viaggio incomincia sin da piccolo, probabilmente perché nella mia famiglia si respira da sempre musica… infatti, tutt’oggi, mio nonno suona nella banda del paese e mio papà, per divertimento, la chitarra. Ecco dunque che, tale strumento, mi appassiona e incuriosisce da che ho memoria. I miei familiari mi raccontano che giocavo di continuo con strumenti musicali giocattolo e con oggetti che erano inerenti al mondo musicale. Crescendo, mi sono avvicinato alla chitarra tant’è che è diventata il mio strumento. La mia passione per la musica non è nata da unesigenza particolare, tuttavia sicuramente – crescendo – ho saputo apprezzare ancor di più ciò che ho appunto sempre e inspiegabilmente amato fare”.

Da piccolo chi immaginavi di diventare “da grande” e che bambino sei stato? “Da piccolo ho sempre immaginato e sognato di diventare un musicista. Sono, inoltre, sempre stato un bambino e poi un ragazzo che ha preferito mettere da parte ogni tipo di distrazione pur di riuscire a perseguire il mio sogno e ciò specialmente dall’età di dodici anni circa, quando è scoccato lamore per la chitarra… periodo, questo, in cui ho fatto un po’ impazzire i miei genitori anche con la scuola – che, ovviamente, non mi interessava granché”.

Se dovessi assegnare un titolo alle fasi più rilevanti della tua esistenza finora, quale colore e quale canzone assoceresti a ciascun periodo? “Posso identificare tre fasi principali della mia vita. La prima è sicuramente la mia infanzia, alla quale associo ricordi molto felici e spensierati. Per questo motivo le assegnerei il colore azzurro, come la serenità trasmessami. La colonna sonora invece potrebbe essere “Lisola che non c’è” di Edoardo Bennato. La seconda fase coincide con la mia adolescenza, in cui ho vissuto momenti di ribellione e cambiamento e durante la quale mi sono avvicinato alla chitarra – capendo cosa volessi veramente fare da grande. Il colore che scelgo per questo periodo è il rosso, come la passione intensa e decisa scaturita proprio dalla chitarra. La canzone è “Paradise City” dei Guns N’ Roses. Infine, la terza fase è quella attuale. Ad oggi sento di vivere a pieno la mia esistenza con la consapevolezza necessaria e la giusta maturità, che mi permette di comprendere e affrontare ciò che la vita mi propone… e per questo motivo, scelgo i colori dell’arcobaleno con la loro alternanza di tinte vivide, spente e tenui (come così, in fondo, sono le fasi dell’esistenza di un essere umano). Non mi sento di abbinare un brano a quest’ultimo periodo perché vi sono dentro, nel pieno della sua composizione”.

Cosa rappresenta per te l’Arte, la musica in particolare e quale ritieni esserne il potere nonché principale pregio e valore? “La musica rappresenta la mia missione di vita ma, più in generale, credo che l’Arte tutta abbia un enorme potere all’interno della società… com’è anche storicamente riconosciuto. Può, difatti, essere un forte veicolo di protesta sociale e non solo. Basti pensare ad artisti come John Lennon e pure ad altri che hanno fatto della propria musica un mezzo per unire persone e masse con una stessa ideologia. Ciò, chiaramente, spaventa chi sta in alto e oggigiorno ce ne possiamo accorgere accendendo la tv, la radio e sentendo cosa nel presente periodo storico ci viene rifilato dal mainstream. Penso, comunque, che altresì nel 2022 ci siano persone che sanno fare musica di un certo livello sebbene, purtroppo, non venga loro dato spazio”.

Quale ruolo ti sembra giochi l’immagine visiva, l’estetica, nella società attuale e nel veicolare il significato in campo artistico (ad esempio nei videoclip musicali) e pure nell’essere, chissà, forse almeno in parte e di primo acchito un immediato “bigliettino da visita” per ciascuno di noi? “L’immagine, al giorno d’oggi, è tutto purtroppo. Questo da quando in tv sono apparsi determinati programmi e talent che hanno fatto credere alle persone che basti essere delle belle ragazze o dei bei ragazzi per diventare famosi anche se non si hanno particolari meriti… dando, di conseguenza, sempre meno spazio alla cultura e facendo scomparire sempre più – all’interno della società attuale – alcuni valori fondamentali. Si è alimentato pertanto, così, un mondo fatto di apparenza e superficialità in cui non è realmente importante chi si è, ma come si appare. Tutto ciò è stato poi amplificato anche dall’utilizzo sconsiderato dei social network. L’immagine a livello artistico, ad esempio nei videoclip musicali, è però fondamentale per far arrivare la musica a più persone possibile ed è una forma d’arte che si va ad affiancare alla parte strettamente musicale”.

Quanto “pesano” rispettivamente il testo, la melodia e la voce nei brani che più apprezzi? Nella musica, inoltre, consiglieresti di assecondare e tu assecondi l’istinto oppure la razionalità? “Essendo un chitarrista, la prima cosa che mi colpisce all’interno di un brano è la melodia… a un primo ascolto, mi concentro specialmente sulla parte di chitarra e sull’arrangiamento per, dopo, riascoltare il brano e fare caso al testo. Ho idea, inoltre, che sia fondamentale l’istinto (come lo è in ogni forma d’arte e d’espressione)… ma, di sicuro, bisogna avere sviluppato pure un lato razionale per riuscire a capire meglio che direzione si vuole prendere quando si scrive un brano o si deve improvvisare o, magari, quando è necessario pensare a un assolo da inserire all’interno di una canzone. In questi casi è sì fondamentale sì l’istinto però, non di meno, bisogna disporre di conoscenza e tecnica che permettano di dare sfogo alla parte creativa e istintiva appunto”.

Cosa ne pensi dell’uso dell’Auto-Tune e della sua manipolazione dell’audio che permette di correggere l’intonazione e mascherare piccoli errori o imperfezioni della voce – benché venga sovente utilizzato anche soltanto per creare particolari effetti di distorsione e non a scopo correttivo? “Purtroppo la maggior parte delle volte, al giorno d’oggi, l’Auto-Tune non viene utilizzato per correggere semplicemente dei piccoli errori (che, per quanto mi riguarda, non ci sarebbe nemmeno alcunché di male in essi), ma serve a rendere persone stonate dei cantanti. Robert Plant dei Led Zeppelin e Freddie Mercury dei Queen non hanno avuto alcun bisogno di tali marchingegni per diventare quelli che sono diventati in quanto, oltre a scrivere la storia della musica – assieme alle loro band – per la qualità dei loro capolavori, sapevano fare il loro mestiere… Un tempo era così: se sapevi suonare, avevi speranze di arrivare… altrimenti dovevi, giustamente, cambiare lavoro. Oggi, invece, è praticamente l’esatto opposto. Questo si ricollega al discorso fatto poco fa. Sono favorevole alla tecnologia digitale in campo musicale per dare sfogo alla propria creatività con effetti che in passato non erano possibili o che bisognava avere grandi disponibilità economiche per realizzare, ma sono assolutamente contrario al suo utilizzo per la correzione in maniera massiva di esecuzioni errate. Io stesso, quando registro le parti, le studio fino a riuscire a inciderle al massimo alla terza esecuzione in maniera esatta – il che è una grande scuola per crescere e divenire sempre più precisi”.

Quando ascolti, leggi, osservi un creativo e una persona di spettacolo cosa ti impressiona positivamente ed entusiasma maggiormente? Vi è qualcuno/qualcosa a cui ti ispiri e con il quale vorresti collaborare – e per quale motivo nello specifico? “Ciò che più osservo e che più mi impressiona quando ascolto un chitarrista, un musicista, non è la sua tecnica o i suoi virtuosismi bensì il gusto che ha nello scegliere le note giuste e nel saperle porre nel punto ideale. A mio avviso, è molto più importante avere gusto rispetto all’avere una tecnica super sviluppata ma che non viene messa al servizio della canzone e della musica. Le canzoni e gli assoli più famosi sono fatti da “pochi” accordi, “poche” note, con un impatto melodico elevato in maniera da arrivare anche a chi non è un musicista. La maggior parte di questi assoli sono talmente orecchiabili e privi di virtuosismi da risultare cantabili persino dal pubblico. Certo, ogni tanto ci sta inserire qualche virtuosismo per fare un po’ di scena… Per quanto concerne i miei punti di riferimento di quando ero più piccolo, mi sono ispirato molto a Stef Burns, Jimi Hendrix, Jeff Beck, Robben Ford, Larry Carlton, Gary Moore, B. B. King e svariati altri ancora. Non ho preferenze particolari per eventuali collaborazioni future, dacché sono sempre alla ricerca di nuove opportunità che possano arricchirmi”.

Certo ci fosse una “ricetta” chissà in quanti correrebbero a consultarla, mi pare però che non ne esista davvero una ma proviamo comunque almeno a ipotizzare, a riflettere sul passato e ad azzardare una proiezione sul futuro… A tuo avviso la musica destinata a fare storia può essere soltanto quella in linea con i consolidati ascolti abitudinari e prediletti dalla maggioranza in base al luogo e periodo in cui si vive, o piuttosto è quella che si differenzia e talvolta non viene (almeno non immediatamente) capita e/o apprezzata perché se accolta scardinerebbe la già “digerita” moda vigente? “Credo che la musica destinata a fare storia non sia quella che fa ed è di moda, ma quella che ha dei contenuti e che si differenzia dalla media. Cosa si ascolta è frutto di un’educazione musicale che, nella contemporaneità, è completamente assente… come si può notare da ciò per cui la maggior parte delle persone opta. L’educazione musicale, per quanto mi riguarda, manca sia a livello scolastico – dove, nella maggior parte dei casi, ci si ostina a far “suonare” il solito flauto dolce che non interessa a nessuno (non ha mai interessato nemmeno me, nonostante la mia immensa passione per la musica), sia a livello familiare – sono pochi i genitori che educano ai buoni ascolti i propri figli. Non voglio nemmeno parlare del mainstream, perché su tale fronte c’è soltanto da mettersi le mani nei capelli. Mi auguro che, in futuro, si possa tornare ai vecchi fasti di un tempo… ma, se si continuerà a procedere nell’odierna direzione, ho dei grossi dubbi sul fatto che questo possa accadere”.

Per riuscire a fare della propria Passione una professione, cosa è necessario e cosa hai idea sia oggi imprescindibile in un mercato ultra- consumista, a fronte di una qual certa democratizzazione della musica dacché ogni giorno escono centinaia di canzoni? Inoltre qual è l’istante in cui, se davvero esiste un tale istante, un cosiddetto emergente capisce che non lo è più? “Oggi, fare della propria passione per la musica una professione è davvero molto complicato. Quello che è necessario e imprescindibile, secondo me, è essere il più versatili e poliedrici possibili. Questo significa che non si può scegliere di essere solo un musicista da studio o, viceversa, solamente un musicista da live… bisogna sapersi adattare a qualsiasi situazione, unendo le attività live con quelle da studio e all’insegnamento… e, possibilmente, fare anche qualcos’altro d’inerente che non consista  soltanto nello suonare il proprio strumento. Insomma, è fondamentale saper svolgere più attività. Per quanto riguarda il discorso emergenti, non credo che ci sia un vero e proprio istante nel quale si smette di esserlo. È bene fare tanta gavetta, cosa che sempre meno “artisti” fanno… e questo si evince dal fatto che non ci sono più né cantanti, né musicisti, in grado di avere carriere pluridecennali – la maggior parte sono dei fuochi di paglia, che si spengono nel giro di un’estate o due”.

I ricordi, la sperimentazione e l’osare, il pianificare e l’organizzare quanto sono fondamentali nel tuo vivere, per il tuo estro e in che misura veicolano o meno il tuo lavoro? “Non sono una persona che pianifica le giornate in maniera “scientifica”, a meno che non si tratti di scadenze lavorative. Per quanto riguarda il mio modo d’intendere l’arte e la musica, devo sentirmi ispirato per suonare, osare, sperimentare. Non sono il tipo che si mette a tavolino e decide di dover fare qualcosa per forza… anche se ogni tanto è comunque necessario darsi delle scadenze in quanto, altrimenti, si rischia di finire in un loop controproducente. Fatta questa premessa, si può capire quanto – per il mio estro – sia necessario che io sia ispirato per trovare nuove soluzioni o semplicemente per poter lavorare in maniera più artistica e “libera” (cosa che non è tuttavia sempre possibile, specie quando ci si mette al servizio di altri… il che, eppure, è meraviglioso)”.

Prima di salutarci, vuoi condividere con noi – magari in anteprima – quali sono i tuoi prossimi progetti? “Certo! I miei progetti futuri consistono nel continuare con le attività live che, dal mio punto di vista, sono alla base della musica… e proseguire anche con i lavori da studio che, attualmente, ho sia a livello chitarristico che come fonico. Infine, vorrei pure dedicarmi di più all’insegnamento in quanto insegnare mi appassiona molto… tant’è che sto scrivendo il mio primo metodo, metodo che sarà dedicato a chi si approccia per la prima volta al magnifico strumento chitarra”.
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