Intervista con l’eclettico cantautore, producer e regista napoletano che recentemente ha pubblicato l’album “Carpe Die”. Con l’artista abbiamo parlato di questo lavoro, di musica e del suo essere artista.

Ciao Stefano, parto con una domanda forse banale: Carpe Diem” diventa Carpe Die”. Ci racconti questa scelta, nel titolo, di modificare la celebre locuzione latina?
Ciao! Ironicamente ho tolto quella “m” finale per far diventare la parola “die”, ovvero “morire” in inglese. Dietro a questo titolo c’è tantissimo di me e di questi 10 brani. Innanzitutto, volevo creare un gioco di parole drammaticamente comico per portare una visione contrapposta rispetto all’idea del vivi questo giorno”. Ecco, mi sembra già di base che in questa filosofia non ci sia la possibilità di “intervenire” sul proprio futuro, lo trovo dannatamente limitante.
C’è da dire inoltre che questo famoso concetto col tempo sia stato anche po’ esasperato e frainteso dai più, tramutandosi quasi in un “vivi come se dovessi morire domani”.
La mia idea era anche quella di contrappormi a questa esasperazione; io vivo di progetti, obiettivi e sogni. Vivo nel presente ma con la mente sono sempre al futuro e se pensassi che debba morire domani, mi passerebbe tutta la voglia di vivere oggi.
Io, sarà che non mi sono mai arreso all’idea dell’accettazione della morte ma, voglio lasciare al mondo un “pezzetto” di me in vita, è questo “pezzetto” è la mia musica (e poi non voglio morire domani, è presto).
Il titolo nasconde anche un ulteriore gioco di parole su “carpe (cogliere), dai (pronuncia di “die” ma letta in italiano)”; ovvero un invito a cogliere tutto quello che la vita ci dona, a prescindere da quello che intanto perdiamo: “cogli, dai”.

Nel disco, infatti il filo conduttore di tutte le canzoni è la voglia di vita nonostante la morte; la voglia di vivere nonostante tutte le cose che col tempo perdiamo (amori, amicizie, persone care).
Con questo album volevo esorcizzare la morte provando a dare un senso alle cose che non ci sono più, come se avesse un senso anche la fine delle cose e la sofferenza che ne consegue. Addirittura, nella canzone “Il problema non sei tu, sono io” esaspero questo concetto cantando nel ritornello “abbracciami che sarà bello anche morire”.
Di grande ispirazione per il titolo è stata sicuramente “Alzheimer,” una canzone che ha letteralmente cambiato la mia vita e il mio modo di scrivere. Lì parlavo della mia perenne voglia di vivere ogni momento come se fosse il primo, con l’entusiasmo della prima volta.

Attraverso le dieci tracce di questo album che cosa vuoi trasmettere a chi ti ascolta?
Un po’ di positività, una voglia necessaria di rialzarsi nonostante tutto.

Ci racconti l’idea di creare per ogni brano un videoclip?
Ho sempre pensato che aggiungere un video musicale a una canzone possa portare un valore aggiunto, e lo faccio per il puro desiderio artistico e la passione. È un altro mezzo attraverso il quale posso esprimere la mia creatività. Crescendo con TMC, All Music ed MTV, ho notato che le canzoni di successo erano spesso accompagnate da video altrettanto accattivanti, e a volte non sapevo decidere quale aspetto apprezzassi di più (la verità è che spesso mi affascinava la combinazione di entrambi). Mi sfido costantemente, cercando di superarmi anche nel campo dei video. In generale, credo che creare un video musicale di qualità sia un modo per conferire importanza a una canzone. Ah, e dato che sono appassionato di cinema, in qualche modo mi piace sperimentare anche in quel settore.

Allinterno coesistono diversi generi – indie, pop, elettronica, rock, cantautorato: come definisci il tuo stile di fare canzoni, di fare musica?
Non amo le definizioni ma spesso dico di fare pop con spirito punk, che si potrebbe tradurre in “fare la musica che mi piace senza regole”. Sono cresciuto con il punk che resta ancora oggi il mio genere preferito, ne è rimasta in me sicuramente quella attitudine, che ha plasmato anche il mio modo d’essere. Poi porto la cresta da quando avevo 15 anni, sotto sotto mi sento sempre un punk-rocker.

Cantautore, polistrumentista, producer e regista: riesci a far coesistere in te tutte queste anime e quanto ognuna influisce sulle altre?
Come ti dicevo, adoro la creatività in generale, la musica e i video sono i campi dove la “sfogo”, gli strumenti che suono sono il mezzo che ho per rendere “concrete” le mie idee. Il 90% delle volte nascono prima nel mio cervello che su uno strumento. Diciamo che ognuna di queste cose non potrebbe esistere senza l’altra; tranne la musica, quella potrebbe esistere anche senza i video.
Ma che divertimento ci sarebbe a rendersi la vita così poco dannatamente complicata come se già non lo fosse abbastanza?

Una domanda che ti avranno fatto in tanti: da dove nasce il tuo nome darte STRE?
In pochissimi lo sanno ma prima dell’amore per il punk c’è stato l’amore per il rap, alle medie ho scritto varie canzoni rap. Ne va da sé che Eminem era il mio Dio: sul mio nick di MSN c’era scritto STE (diminutivo di Stefano, il mio nome) ma al posto della E finale c’era un “3” (per simularla riflessa al contrario). Il problema è che in tanti non capivano la cosa ed erroneamente mi chiamavano “STRE” la cosa si diffuse a macchia d’olio tra tante mie amicizie (tante persone che dopo anni mi chiamano ancora così). E quindi niente, quando ho dovuto scegliere un nome d’arte mi è sembrata quasi una scelta obbligata; mi riconduce direttamente ai miei primi amori musicali e quindi alla musica in quanto tale e alla mia adolescenza. Un modo per ricordarmi che sono un po’ cambiato ma alla fine sotto sotto sono sempre quel ragazzino con quel sogno. Poi vabbè la verità è che in generale amo che sia nato da un errore.

Parliamo di Stefano fruitore di musica: che generi e che artisti ti piace ascoltare e se c’è un motivo di queste scelte?
Io ascolto di tutto, so benissimo che è la risposta che danno quasi tutti, solo che non a tutti poi corrisponde a verità. Ascolto tutto quello che mi comunica qualcosa (dal pop, al cantautorato, al punk, all’eurodance, al Metal). Non ho limiti né pregiudizi verso nulla.

Le tue scelte musicali personali influiscono sul tuo modo di fare musica?
Inizialmente sì e in maniera molto conscia, adesso anche ma in maniera del tutto inconscia.

Guccini ha affermato più volte che non ascoltava le sue canzoni… tu una volta pubblicate ti riascolti” e se sì ti senti più o meno critico, artisticamente parlando, nei tuoi confronti?
Le prime volte si, anche per capire come si sentono con le varie compressioni delle piattaforme. Poi smetto categoricamente per lunghi periodi, pure perché lavorando io alle produzioni e ai video sono costretto ad ascoltarle centinaia di volte fino allo sfinimento e la cosa poi porta anche a trovarci mille difetti o ad alimentare dubbi su scelte fatte, arriva però un punto dove dico “ok la canzone è questa”, lo chiamo “Il punto di non ritorno”. Sono molto critico, sì, e per primo lo sono su me stesso.

Le tue canzoni, in generale, sono ispirate da cosa?
Da quello che vivo, sono fotografie di momenti, quasi sempre difficili. La musica è la mia terapia per stare meno peggio, in un momento brutto faccio una cosa che reputo bellissima e sto meglio.

C’è un messaggio che vuoi far trapelare attraverso i tuoi testi?
Voglio comunicare emozioni più che messaggi, spesso però un’emozione contiene un messaggio ma è quasi sempre inconscio, perché scrivo d’istinto; è proprio difficile che mi metta lì e dire “ok voglio scrivere una canzone su questa cosa”. È capitato anche ma molto raramente, era un approccio che avevo più agli inizi.

Apriamo il tuo cassetto del 2024: artisticamente cosa ci troviamo dentro?
Ho centinaia di canzoni scritte, letteralmente. Mi piacerebbe concentrarmi sulle produzioni, tante sono già ad un buon punto.

Nel ringraziarti per questa intervista ci lasci un tuo pensiero su questo 2024 ormai alle porte?
Per me il 2023 è stato un ottimo anno professionalmente ma un anno disastroso sulla sfera personale. Spero che il 2024 sia ottimo anche per la seconda e spero tutto ciò anche per le persone a cui voglio bene.

Ringraziamo STRE/Stefano per la disponibilità e Ilaria Greppi di Parole e Dintorni per la collaborazione.