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Intervista con l’artista che con la Resistenza Acustica ha proposto il brano “How can you see the sun”, facente parte del progetto “Biblica”. Gazerro ci ha parla di musica, dell’ultimo lavoro e dei progetti futuri.

Giuseppe Gazerro ci introduce “How can you see the sun“, un brano che riflette sulla caducità dei ricordi adolescenziali. Questo pezzo, che fa parte del suo progetto “Biblica”, mescola l’autobiografico con un sound rock e vintage, cercando di universalizzare i sentimenti attraverso la musica. Nell’intervista, l’artista esplora il processo creativo dietro la canzone, illustrando come ha trasformato le riflessioni personali in un’espressione artistica che oscilla tra il comico e il drammatico.
Ciao Giuseppe, benvenuto sulle pagine di Ottiche Parallele Magazine! Quando nasce il tuo amore per la musica?
Negli anni ’70, quando rimasi folgorato dal Rock – che allora si chiamava Pop, a dire il vero – e da allora la musica è sempre stata la causa di tutto quello che ho fatto, dal laurearmi in Lingue per la passione derivatami dallo studio dei testi, dal diventare Insegnante avendo sempre la parola e il suono come motori della mia espressione.

Cosa rappresenta per te la musica in generale e il tuo fare musica in particolare?
Sono appassionato di molte forme d’arte, a dire il vero, dal cinema alla letteratura. Ma nella musica ho sempre trovato la mia ispirazione maggiore, la mia consolazione, la mia motivazione e quindi la mia definizione non può che prendere piede da questa considerazione personale. Lo status di molti miei social dice: The Word, words, art & music play the sound of the spheres. (la Parola, le parole, l’arte e la musica suonano le note delle sfere). Fare musica, per me, è difficile da descrivere in poche righe. Ma credo di potere sintetizzare il tutto con una frase banale ma che rappresenta una verità assoluta, per me: quando canto sono me stesso. Come probabilmente non riesco ad essere in nessun’altra situazione.
Quali musicisti hanno ispirato il tuo stile e la tua musica?
Il primo, in ordine cronologico, è stato Edoardo Bennato. Di lui ho preso tutto; la chitarra 12 corde, l’armonica, il tamburello a pedale, l’essere anche one-man-band, il modo canoro. Poi c’è stato Dylan che mi ha fatto capire come la musica sia anche letteratura. Le melodie classicheggianti ma rock dei gruppi progressive, in special modo i Genesis di Tony Banks mi hanno definitivamente reso dipendente dall’ascolto quotidiano di decine di dischi.

Da poco è uscito il tuo nuovo singolo. Di cosa parla il brano e cosa vuole trasmettere?
Il brano è stato realizzato in seguito a riflessioni sulla mia adolescenza e sulla caducità dei ricordi che ad essa si accompagnano. Il pezzo fa parte del mio repertorio più strettamente cantautorale; oltre al testo autobiografico e personale è stato costruito su un riff deciso e incalzante ma senza spigoli, con le caratteristiche melodiche tipiche delle ballate d’autore. L’arrangiamento perfezionato in sede di Studio – specie nell’uso della chitarra solista – ha aggiunto alla generale atmosfera vintage anche un tocco rock che aggiunge una certa compattezza sonora.
A questo singolo ne seguiranno altri o stai lavorando ad un album?
Questo singolo funge da apripista per il nostro lavoro, dal titolo *Eleison* che uscirà quest’estate con 5 brani. Per ora il nostro prossimo lavoro è questo, quindi. Ma spero di poter poi continuare con la stessa squadra a produrre molte altre cose, ovviamente.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?
Ottenere visibilità con questo progetto in modo da poter lavorare con tranquillità sui prossimi. Suonare dal vivo in teatri e festival rock.
Ringraziamo Giuseppe Gazerro per la disponibilità e Valentina Seneci di Red&Blue Music Relations per la collaborazione.
