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Intervista con l’artista che a marzo è uscito con il nuovo singolo “Pelle di Prozac”, brano che racconta un’introspezione malinconica e frammentata. Il cantautore piemontese ci ha parlato di questo suo lavoro, di musica e dei suoi progetti futuri.
C’è un equilibrio instabile in “Pelle di Prozac”: un’altalena emotiva dove tutto è sfocato, confuso, delicato. Luca V non racconta una storia lineare, ma ci lascia entrare in una sensazione. Il dejavu, la distanza, l’impossibilità di spiegarsi. La sua voce, vicina e sospesa, è il filo conduttore di un viaggio fatto di vuoti e nostalgie. Un indie-pop che ha la pelle sottile e l’anima esposta.
Abbiamo colto l’occasione dell’uscita del nuovo singolo del cantautore piemontese per porre alcune domande a Luca V.

Ciao Luca V, benvenuto sulle pagine di Ottiche Parallele Magazine! Quando nasce il tuo amore per la musica?
Grazie, è un piacere essere qui. Il mio amore per la musica nasce molto presto, in un modo quasi istintivo, direi naturale. Avevo quattro anni quando mi sono attaccato a una chitarrina giocattolo come se fosse un’estensione del corpo. La portavo ovunque, la trattavo con una cura che oggi potrei riservare solo a qualcosa di estremamente personale. Non sapevo ancora cosa fosse davvero la musica, ma ne intuivo già la potenza. Poi sono arrivati gli anni dello studio, delle prime lezioni di chitarra, dei tentativi goffi di cantare. Scrivevo testi prima ancora di sapere se fossero canzoni o solo pensieri. Ma anche in quella confusione c’era già un seme chiaro. Un’urgenza. Non era un gioco, anche se ci giocavo. La svolta vera, quella che mi ha fatto capire che non era solo una passione, ma qualcosa da proteggere e portare avanti, è arrivata dopo il liceo. In quel momento ho capito che la musica non era un’opzione tra tante, ma il mio modo più diretto per entrare in contatto con le persone. Con il mondo, con gli altri, ma soprattutto con me stesso. Ci sono stati momenti difficili, ovviamente. Fasi in cui ho messo in discussione tutto, anche questo. Ma ogni volta che mi allontanavo, anche solo un po’, sentivo che mancava qualcosa. E quel qualcosa era proprio la musica. Scrivere, cantare, costruire suoni: è ancora oggi la mia forma più autentica di presenza. Non so se si possa chiamare vocazione. Forse è semplicemente l’unico linguaggio che mi assomiglia davvero.
Cosa rappresenta per te la musica in generale e il tuo fare musica in particolare?
La musica è un luogo. Non solo un linguaggio, non solo un insieme di suoni. È uno spazio in cui posso stare. Un rifugio, forse, ma non nel senso di una fuga. È più un posto dove posso sedimentarmi, respirare, rimettere a fuoco. Dove posso sentirmi integro anche quando fuori tutto sembra frantumato. Non è mai stata solo intrattenimento. Nemmeno solo passione. È qualcosa che mi attraversa da così tanto tempo che a volte faccio fatica a distinguerla da me stesso. Non ci sono confini netti tra quello che provo e quello che scrivo. Spesso le canzoni arrivano proprio da lì, da uno squilibrio interiore che trova nel suono e nella parola una sua forma temporanea. Fare musica, in particolare, è il mio modo di tenere insieme le cose. Di prendere tutto quello che non so dire ad alta voce e trasformarlo in qualcosa che possa essere condiviso. Anche se fragile, anche se incompleto. Non cerco una perfezione formale. Mi interessa la verità, quella che si percepisce anche quando non è evidente. Scrivere una canzone, per me, non significa semplicemente costruire un brano. È un gesto di connessione. Un filo sottile tra me e chi ascolta, anche se non ci conosciamo, anche se non parliamo la stessa lingua. C’è sempre l’illusione che chi ascolta possa sentirsi meno solo. Ma anche io, in quel gesto, mi sento meno solo. E allora sì, tutto quello che ruota attorno alla musica, i numeri, le uscite, le aspettative, si sposta in secondo piano. Quello che resta è l’atto stesso del creare. E in quell’atto, spesso silenzioso, c’è già tutto. Anche quando non sembra.

Quali musicisti hanno ispirato il tuo stile e la tua musica?
Le influenze che hanno plasmato il mio stile sono molteplici, alcune evidenti, altre più sotterranee. Non ho mai cercato di costruire un’identità musicale partendo da un riferimento preciso. Piuttosto ho lasciato che certi ascolti, certi artisti, mi attraversassero nel tempo. Alcuni sono rimasti, altri si sono allontanati. Ma ognuno ha lasciato qualcosa. Da bambino ero profondamente legato alla musica di Tiziano Ferro. C’era qualcosa nella sua scrittura che mi colpiva, forse quella capacità di esporre il dolore senza compiacimento, in modo diretto ma vulnerabile. Poi, come molti della mia generazione, ho ascoltato gli 883. Non solo per le melodie, ma per il modo in cui riuscivano a trasformare l’ordinario in qualcosa di emotivamente potente. Quella quotidianità raccontata senza filtri, con semplicità, mi ha insegnato che non servono giri di parole per arrivare. Con il tempo ho scoperto il cantautorato più raffinato. Samuele Bersani, su tutti. La sua capacità di unire ironia e poesia, di creare immagini che restano in testa ma non ti spiegano tutto, è qualcosa che ho sempre ammirato. È come se la sua scrittura ti invitasse a tornare sui testi, a rileggerli mentalmente ogni volta in modo diverso. Un’altra figura fondamentale è stata Dargen D’Amico. Con lui ho capito che la forma può essere liquida, imprevedibile. Che puoi spezzare una frase, rincorrere un’assonanza, mescolare registri eppure restare credibile. C’è qualcosa di profondamente libero nel suo modo di scrivere, e questa libertà è diventata per me una specie di bussola, anche nei momenti in cui mi sembrava di perdere il centro. Fedez è stato una scoperta diversa, più legata alla “visione”. Al suo modo di trasformare contenuto e immagine in un’unica cosa, senza rinunciare a dire la sua. Mi ha colpito il suo approccio diretto, soprattutto nei primi anni, e il modo in cui riusciva a essere provocatorio e pop allo stesso tempo. Non è un modello a cui cerco di somigliare, ma sicuramente è una figura da cui ho imparato. Negli ultimi anni mi sono avvicinato anche a realtà più recenti, come gli Psicologi, Ariete, Drast. Artisti capaci di esporsi, di raccontarsi senza troppe sovrastrutture, mantenendo però uno sguardo lucido su ciò che li circonda. Non cerco di appartenere a un genere. Mi interessa più la coerenza interna che quella stilistica. E se oggi scrivo come scrivo, è anche grazie a queste influenze che mi hanno mostrato modi diversi di stare dentro una canzone. Nessuno definitivo, nessuno giusto per forza. Solo percorsi possibili, ognuno con la propria fragilità.

Da poco è uscito il tuo nuovo singolo. Di cosa parla il brano e cosa vuole trasmettere?
“Pelle di Prozac” è un brano nato in un momento in cui tutto mi sembrava distante. Non c’è stato un piano, non c’era un’idea precisa da sviluppare. C’era solo quella sensazione di vivere sotto una specie di pellicola invisibile, qualcosa che ti fa percepire le emozioni in ritardo, come se arrivassero ovattate, senza davvero toccarti. Il titolo è una metafora, certo, ma è anche una fotografia mentale. Una pelle che ti protegge troppo, al punto da isolarti. Non parla di depressione in senso clinico, almeno non direttamente. Ma nasce da lì, da quel tipo di disconnessione profonda che ti rende muto anche quando avresti molto da dire. Quando vorresti spiegarti, ma non ci riesci. Quando l’altro ti sembra vicino, ma non riesci a raggiungerlo davvero. Il testo è frammentato, a tratti scomposto, volutamente non lineare. Perché quel tipo di malessere non ha un inizio e una fine. Non si risolve, si attraversa. Non ho cercato di dare risposte. E non volevo nemmeno offrire una visione romantica del dolore. Ho solo provato a raccontare quel momento in cui ti senti fuori posto, anche se sei esattamente dove dovresti essere. Quel momento in cui non succede nulla di grave, eppure dentro è tutto scomposto. Se il brano riesce a creare uno spazio di riconoscimento, se anche solo per pochi minuti chi ascolta si sente meno solo, allora ha funzionato. Perché non è una canzone che pretende di insegnare o consolare. È una canzone che resta. Che dice semplicemente: anch’io mi sono sentito così. E forse non c’è nulla da aggiungere.
A questo singolo ne seguiranno altri o stai lavorando ad un album?
Sì, il singolo non è un punto fermo ma piuttosto un inizio. Dopo Pelle di Prozac ho deciso di dare continuità al mio percorso con una serie di uscite ravvicinate, una canzone al mese, non per rincorrere algoritmi o statistiche ma per alimentare un dialogo costante. Per me è importante restare dentro il flusso creativo, non distaccarmi troppo da ciò che scrivo. Lasciarlo andare sì, ma senza che diventi un oggetto distante. Sto lavorando a nuovi brani, alcuni già pronti, altri ancora in fase embrionale. Ma ognuno di loro ha un pezzo di me dentro. Alcuni più viscerali, altri più trattenuti. Alcuni saranno intimi, altri più leggeri, perché anche la leggerezza ha il suo spazio, soprattutto quando arriva dopo il silenzio. Parallelamente sto realizzando un album. Non sarà una raccolta casuale di singoli messi in fila. Sto cercando di creare un percorso vero, con un senso, una coerenza emotiva. Un disco che racconti un movimento, un attraversamento. Non un concept nel senso tradizionale, ma qualcosa che tenga insieme tutte queste tappe. Non so ancora quando sarà pronto. E nemmeno voglio saperlo con precisione, per adesso. L’idea è quella di lasciare che si componga da solo, mentre le canzoni escono, si incontrano, si rispondono. Voglio che nasca senza forzature, senza la fretta di dover dimostrare qualcosa. Solo quando sentirò che ha una sua voce unica, allora sarà il momento giusto. Fino ad allora continuerò a scrivere. A pubblicare. A cercare.

Quali saranno i tuoi prossimi progetti?
I prossimi progetti non seguono un piano rigido, ma hanno una direzione precisa. Continuare a pubblicare un brano al mese è il punto di partenza, ma non l’unico obiettivo. Ogni uscita è per me un tassello, un frammento di qualcosa che sto costruendo lentamente. Non una collezione di canzoni, ma un percorso che si compone man mano che lo attraversi. L’album arriverà, ma non voglio che sia solo una somma di brani già noti. Sto lavorando a una narrazione “sotterranea”, fatta di connessioni emotive più che di concetti. Sto anche immaginando nuovi modi per accompagnare la musica. Non solo video, ma piccoli contenuti visivi che funzionino come estensioni del suono. Illustrazioni, brevi sequenze, frammenti di racconto. Mi affascina l’idea di creare una continuità tra la voce, l’immagine e il silenzio che le separa. E poi c’è questo bisogno costante di restare fedele a ciò che sento. Non a una linea artistica, non a un genere preciso, ma a quel punto interno in cui le cose o risuonano oppure no. Continuare a pubblicare musica è importante, certo, ma lo è ancora di più non perdere il motivo per cui si è cominciato. E io ho cominciato per necessità. Non per strategia. Sto cercando di custodire quella necessità, anche ora che le dinamiche attorno sono cambiate. Anche ora che la musica si muove veloce, si consuma in pochi secondi. Io preferisco pensare in modo opposto. Preferisco rallentare. Lasciare che le cose maturino. Trovare il tempo di farle accadere davvero. Se riuscirò a far convivere questa lentezza con la costanza, se riuscirò a mantenere intatta quella tensione iniziale senza farmi schiacciare dalla frenesia, allora sentirò di aver fatto qualcosa di vero. Questa intervista, nel suo andare avanti senza forzature, è stata anche per me un modo per mettere a fuoco. Per dire ad alta voce alcune cose che, a volte, restano in sospeso. E forse è proprio da lì che parte tutto. Da quello che non hai ancora detto del tutto. Da quello che, pian piano, prende forma. Anche quando sembra sfuggire. Anche quando non sai ancora come finirà.
Ringraziamo Luca V per la disponibilità e Valentina Seneci di Red&Blue Music Relations per la sua preziosa collaborazione.
