di Giacomo “nonnoatipico” Bertola
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Ospitiamo uno scritto di nonnoatipico in cui ci parla dei rischi che si incorre con le criptovalute, una interessante analisi che affronta un tema si “economico” ma, anche, culturale.
Nel dibattito sulle criptovalute ricorre spesso la stessa promessa: più libertà, meno intermediari, maggiore controllo sul proprio denaro. Cosa significa concretamente vivere in un mondo in cui accanto all’euro o al dollaro circolano bitcoin, stablecoin, token emessi da piattaforme private e, sempre più spesso, progetti di moneta digitale di Banche Centrali? E soprattutto: chi ci guadagna, chi resta ai margini, chi si assume i rischi?
Dietro la narrativa del progresso inevitabile si nasconde un intreccio di problemi strutturali che riguarda non solo la finanza, ma il modo in cui organizziamo il potere nelle nostre società.
Al centro di questo racconto c’è una figura che non vediamo mai ma che influenza ancora buona parte dell’immaginario: Satoshi Nakamoto, il creatore di bitcoin.
Non sappiamo se sia una persona, un gruppo, un nome di copertura.
Sappiamo che nel 2008 pubblica il white paper di Bitcoin e nel 2009 avvia la rete, per poi scomparire gradualmente dalla scena.
Questa assenza è diventata col tempo una componente fondamentale del mito. Un fondatore sconosciuto, irraggiungibile, che non può essere intervistato, indagato, né chiamato a rispondere delle conseguenze della propria creazione.
Da un lato, l’uscita di scena di Satoshi ha favorito la percezione di Bitcoin come progetto senza leader non controllato da nessuno mentre dall’altro ha aperto la strada ad un uso politico della sua figura: ognuno può interpretare Satoshi come meglio gli conviene.

C’è chi lo presenta come un paladino della libertà individuale contro gli eccessi delle banche centrali, chi lo trasforma in simbolo di una rivoluzione inevitabile della finanza, chi ne usa il nome per legittimare progetti che con Bitcoin hanno poco in comune.
La sua identità sconosciuta non elimina la questione del potere ma la sposta sul piano del racconto: chi controlla la narrazione su Satoshi controlla in parte il modo in cui percepiamo l’intero ecosistema.
Anche qui emerge una prima contraddizione: il mondo delle criptovalute nasce con l’idea di ridurre la necessità di fidarsi delle persone (“don’t trust, verify”), ma continua ad appoggiarsi ad una figura quasi carismatica mai verificabile al centro di una sorta di religione laica del denaro digitale.
L’idea di partenza era radicale: una moneta digitale nata “dal basso”, gestita da una rete di computer e non da una Banca centrale.
In teoria, ogni persona connessa alla rete può partecipare al sistema, verificare le transazioni e custodire direttamente i propri fondi.
È la promessa della decentralizzazione che lo stesso Satoshi, nei suoi messaggi opponeva ai limiti del sistema bancario tradizionale.
Nella pratica, però, il quadro è molto diverso: la maggior parte degli utenti non gestisce chiavi private su un computer sicuro, ma si appoggia a piattaforme centralizzate: exchange, app di trading, servizi di custodia. Sono loro a trasformare euro in criptovalute, a conservare i fondi, a decidere quali token sono visibili, quali prodotti vengono promossi, quali e quante commissioni si pagano.
Il risultato è paradossale: un’infrastruttura nata per ridurre il potere degli intermediari ha creato nuove concentrazioni di potere privato, spesso meno regolamentate delle Banche tradizionali ma con un impatto enorme sulla vita finanziaria di milioni di persone.
Quando una di queste piattaforme fallisce o viene hackerata, non è la “blockchain” in astratto a soffrire, ma i risparmiatori che si fidavano di un marchio, di una pubblicità, di un’app ben disegnata.
Un’altra fragilità è lo scollamento tra portata globale della tecnologia e natura locale delle regole. Le criptovalute circolano indifferentemente tra Paesi ma le norme su tassazione, antiriciclaggio, tutela degli investitori restano nazionali o, al massimo, regionali.
Questo crea diversi problemi. Da un lato, favorisce il cosiddetto “arbitraggio regolamentare”: le imprese del settore possono spostare la loro sede dove le regole sono più morbide, lasciando ai Paesi più severi solo i costi (truffe, evasione fiscale, rischi per i consumatori) senza i benefici in termini di occupazione e investimenti. Dall’altro, rende difficile per i piccoli risparmiatori capire a chi rivolgersi in caso di contenzioso: la piattaforma ha sede legale in un Paese, licenza in un altro, server in un terzo, clienti in tutto il mondo.
In questo scenario, il cittadino medio è spesso il soggetto meno protetto. Si muove in un ambiente di regole poco chiare dove l’etichetta “regolamentato” può significare cose molto diverse a seconda del Paese interessato e dove il confine tra investimento e scommessa è sottile.
Uno degli argomenti più frequenti a favore delle criptovalute è la possibilità di sfuggire alla censura: nessuna Banca può bloccare un trasferimento su blockchain, nessuno sportello può rifiutarsi di eseguire un pagamento per motivi politici o morali.
Ma la stessa infrastruttura che rende difficile impedire una transazione rende anche possibile, almeno in teoria, un livello di tracciabilità molto superiore a quello dei contanti. Salvo casi particolari le blockchain pubbliche registrano per sempre i movimenti di ogni indirizzo. Collegare un indirizzo a una persona non è sempre banale, ma non è nemmeno impossibile soprattutto quando entrano in gioco piattaforme che raccolgono documenti e dati personali.
L’arrivo delle monete digitali di Banca Centrale (CBDC) apre un ulteriore fronte: dal punto di vista tecnico potrebbero rendere i pagamenti più efficienti e inclusive mentre dal punto di vista politico sollevano interrogativi delicati: fino a che punto lo Stato potrà vedere e analizzare le nostre transazioni? Potrà in certe circostanze, limitarne l’uso, imporre scadenze al denaro, premiare o penalizzare certi comportamenti? Non è detto che questi scenari si realizzino, ma è importante discuterli ora, non quando gli strumenti saranno già diffusi.
In altre parole, il nuovo ecosistema del denaro digitale oscilla tra due estremi ugualmente problematici: da un lato opacità privata delle grandi piattaforma e dall’altro la possibilità di una trasparenza forzata nei confronti delle autorità senza adeguate garanzie democratiche.
Si parla spesso di criptovalute come strumenti di inclusione finanziaria, in grado di offrire servizi a chi non ha accesso al sistema bancario. In alcuni contesti questo può avere una base reale: un telefono economico e una connessione sono più facili da ottenere di un conto in una banca tradizionale.
Ma il quadro generale è più complesso. Per utilizzare le criptovalute in modo sicuro serve un minimo di alfabetizzazione digitale e finanziaria: capire cosa significa conservare una chiave privata, riconoscere una truffa, distinguere un investimento estremamente speculativo da uno relativamente più stabile. Chi non possiede questi strumenti rischia di diventare terreno di caccia per i promotori più aggressivi spesso ben consapevoli del divario informativo con il proprio pubblico.
C’è poi il tema della concentrazione della ricchezza all’interno dei singoli ecosistemi. In molte criptovalute una piccola percentuale di indirizzi detiene una quota enorme della fornitura in circolazione. Quando i prezzi salgono, i guadagni maggiori vanno a chi era già dentro da tempo; chi arriva più tardi entra spesso vicino ai massimi, spinto dalla paura di perdere un’occasione. Il rischio è che uno strumento presentato come “democratico” finisca per replicare o accentuare le disuguaglianze esistenti, invece di ridurle.
Un tratto comune di molti scandali legati al mondo crypto è la socializzazione del danno: l’errore di pochi viene pagato da molti. Un protocollo difettoso, una piattaforma poco prudente, un token lanciato senza reali fondamenta possono generare perdite che colpiscono migliaia di piccoli risparmiatori nel giro di poche ore.
A differenza di quanto accade nel sistema bancario, dove esistono (con tutti i loro limiti) forme di garanzia dei depositi e meccanismi di intervento pubblico, nel mondo delle criptovalute la regola implicita è spesso “ognuno per sé”. Chi perde l’accesso alle proprie chiavi, chi si affida ad un intermediario poco solido, chi cade in una truffa ben costruita ha pochissimi strumenti per recuperare i fondi.
La responsabilità individuale diventa totale, ma in un contesto in cui la asimmetria di informazioni tra esperti e pubblico è enorme.
Tutte queste tensioni tra decentralizzazione e nuovi monopoli, tra libertà e controllo, tra inclusione promessa e disuguaglianze reali, mostrano che le criptovalute non sono solo una curiosità tecnica. Sono un terreno in cui si ridefinisce, nel bene e nel male, il rapporto tra cittadini, mercato e istituzioni.
La figura sfuggente di Satoshi Nakamoto è il simbolo perfetto di questa ambivalenza: un’idea potente di autonomia dal sistema bancario, ma anche un mito che rischia di coprire le responsabilità molto concrete di chi oggi progetta, vende e gestisce prodotti finanziari basati su quella intuizione originaria.
Decidere come regolamentare questi strumenti, quali spazi lasciare all’innovazione privata, quali funzioni mantenere saldamente nelle mani dello Stato, non è una questione neutra: significa scegliere che tipo di ordine monetario vogliamo per i prossimi decenni. In questa scelta la voce dei cittadini rischia di essere la meno ascoltata schiacciata tra lobby tecnologiche, interessi finanziari e apparati burocratici.
Ecco perché, al di là dell’entusiasmo o del rifiuto istintivo, vale la pena prendere sul serio le problematiche insite nel mondo cripto. Non per dire sì o no in blocco, ma per formulare le domande giuste: chi controlla davvero le infrastrutture? chi paga quando qualcosa va storto? quali diritti sono garantiti, quali potrebbero essere compromessi? Solo partendo da queste domande è possibile immaginare un futuro del denaro digitale che non sia un nuovo Far West, ma uno spazio in cui innovazione e tutela dei cittadini possano convivere.
