di Misia Mistrani
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La nostra collaboratrice analizza il sorprendente debutto dell’artista: otto brani del respiro internazionale. Irene si mette a nudo senza remore, condividendo le proprie ombre e il percorso di ricerca non solo sonora ma anche esistenziale.

“Everything in its Place“, sorprendente debutto di Irene Manca, annovera otto brani dal respiro internazionale.
Una scrittura, la sua, colta e, allo stesso tempo inedita, capace di rielaborare creativamente modelli introiettati.
Porcupine Tree, Evanescence, un songwriting intimo di stampo indie-folk che sembra abbracciare l’essenzialità di una Lizzy McAlpine e l’intensità della prima Elisa, influenze del progressive metal norvegese, atmosfere eteree in stile Tesseract: tutto questo e molto altro è “Everything in its Place“, con la vocalità di Irene Manca in funzione di imprescindibile collante tra generi diversi e di potente amplificatore emozionale.

Irene Manca firma, con “Everything in Its Place“, una vera e propria confessione in musica, mettendosi a nudo senza remore, condividendo le proprie ombre e il percorso di ricerca non solo sonora ma anche esistenziale, che trova nell’album un epilogo di pacificazione.
Al lavoro, del quale è in corso, su prenotazione, la stampa di copie fisiche – hanno collaborato eccellenti musicisti del territorio genovese, quali il batterista Marco Fuliano (Enrico Nigiotti, Cavalli Marci), il pianista jazz Francesco Negri (Nugara Trio, Neri Marcoré), il chitarrista acustico Marco Ferretti (Red Wine), il chitarrista Lorenzo Maresca e la violinista Giada Bassani.

Pregevole l’intervento del compositore e producer genovese Simone Carbone e degno di nota anche il progetto grafico dell’album, dalla fotografia di Nicola Dongo alle sovrastrutture pittoriche di Thomas Calcagno, dalla forte carica allegorica.
Difficile indicare i pezzi “migliori” di un album che sembra essere composto tutto di potenziali singoli, percorsi da una palpabile urgenza espressiva e da una godibilità immediata, fin dal primo ascolto.
La title-track chiude un cerchio aperto da “Deep in the Dirt“, ribadendo l’importanza di fare ordine dentro di sé, sanando conflitti emotivi irrisolti e ansie mai sopite; in questo la musica può tenderci la sua, salvifica, mano.

