di Luigi Capano
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Il nostro collaboratore ci racconta della mostra in corso nelle sobrie sale del monumento romano, mostra che vede esposte opere provenienti dal Detroit Institute of Arts e visitabile fino al prossimo 3 maggio.

Impressionismo, Cubismo, Realismo, Simbolismo, Fauves, Die Brücke, Der Blaue Reiter, Nabis: quei movimenti artistici che, tra gli anni trenta dell’Ottocento ed i primi decenni del secolo successivo hanno modificato, fino a stravolgerla, la percezione ottica del reale, sono,  in gran parte, sommariamente rappresentati dalle cinquantadue opere pittoriche provenienti da un importante museo americano, il Detroit Institute of Arts, ed esposte, fino al 3 maggio 2026, nelle sobrie sale dell’Ara Pacis (“Degas-Matisse-Picasso-Renoir-Van Gogh. Impressionismo e oltre” a cura di Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi).

La visione ordinaria delle cose patisce, nella sperimentazione di questi pittori – o di gran parte di essi – una sorta di revulsione percettiva: il precipitato di una ricerca urgente e appassionata che li ha sospinti a scrutare la cosiddetta realtà, attraverso il velame convenzionale dell’immediato sensibile, e, in taluni casi, a ricomporla soggettivamente, nel tentativo di affermare – verrebbe da dire –  il primato indefettibile di una personale volontà immaginativa. Incontriamo la poetica sognante di Odilon Redon – ove sovente l’immagine si fa simbolo, simulacro, ovvero metamorfosi del reale- contrappuntata dal realismo spaesante di Felix Vallotton, abilissimo a catturare il silenzio nella nitida impaginazione di una scena di vita; e da quello, più materico e pastoso, di Gustave Courbet che ritaglia momenti di genuina immediatezza isolandoli dal vano, incessante fluire della commedia umana, e cercando, in essi, di cogliere, con studiata sensualità, il sembiante del vero. È ricorrente, tra i quadri della collezione statunitense, il motivo straniante e allusivo della maschera, antica metafora dello svelamento: lo troviamo in Pierre-Auguste Renoir, in Pablo Picasso, in Georges Rouault, sotto questo aspetto debitori all’estro di Antoine Watteau, raffinato evocatore di un affollato teatro della vita, dalle parvenze frivole ed evasive.

Il linguaggio geometrico cubista – lo apprezziamo qui nei dipinti di Juan Gris, di Maria Blanchard, di Lyonel Feininger, dello stesso Picasso– mira, come sappiamo, ad afferrare l’oggetto da molteplici punti di vista, simultaneamente, con il risultato, spesso esteticamente efficace, di destrutturare lo spazio scenico nelle sue, potenzialmente infinite, articolazioni piane, tanto da sconvolgerne la prospettiva ordinaria, suggerendo al riguardante nuove e più audaci potenzialità percettive: la visione cubista appunto, una delle più intrepide e sconcertanti ideazioni del Novecento europeo.