A cura di Maria Marchese
Tempo di lettura: 4 minuti – 843 parole

La nostra redattrice – curatrice d’arte e poetessa – prosegue, con il suo inconfondibile stile di scrittura, l’indagine su un’artista tutta da scoprire: Khira Jalil

Continua la mia indagine nell’arte di Khira Jalil; c’è, infatti, un sensibile cambio di direzione nelle sue tele. Oggi vi spiego come e perché…

  • Ca va “Ma belle”?  —
  • Bien! Merci beaucoup cher Khira —.

“Ma belle” sarei io, per Khira Jalil .

Ho conosciuto Khira attraverso un art — …  —, apprezzandola, fin da subito, per il suo eclettismo (la Jalil è critica d’arte, poetessa, scrittrice, presidentessa di un’importante associazione culturale internazionale, oltre che pittrice), per le qualità umane e quelle artistiche. Non è un caso che abbia coniato il termine “Apicalisse” appositamente per lei.

Dal Marchesiolario — ahahah! —

Api – calisse: l’arte di Khira Jalil rivela/svela aspetti socio/culturali, attraverso una pittura che ricorda la forma dell’alveare. L’artista, infatti, minia alacremente microspazi, che, nell’insieme, riflettono le più disparate — a volte disperate — situazioni umane: ogni tassello contribuisce alla visione totale.

Jalil è l’ape regina di questo regno per facinorosità, fecondità, ma non solo; tolta l’ironia che alleggerisce considerazioni che, trattate diversamente, potrebbero allontanare i profani dall’arte, ciò che ho voluto sottolineare di Khira Jalil è il valore spirituale.

Quella forma espressiva unita ad una personalità impegnata socialmente rendono l’artista, per molti aspetti, paragonabile ad un’ape regina: come quest’ultima si distingue nel proprio Paese (il Marocco) — e non solo lì, aggiungo — ; la Jalil si nutre di cultura ed umanità, nettare, in un periodo storico dove imperversano input mediocri, rappresentando, quindi, una guida — esempio — solida, umile e vera.

Il termine “apocalisse”, che la stragrande maggioranza delle persone associano ad un immaginario caratterizzato da distruzione, in realtà significa “rivelazione”. Quindi sì, Jalil toglie un velo, raffigurando, con quella sua cifra esecutoria unica, tanti aspetti esistenziali.

Il cambiamento

Ad un certo punto, però, è eclatante un cambiamento sulle tele di Jalil: c’è una chiara rivisitazione degli spazi, una diversificazione dei materiali.

Khira Jalil lo definisce con il termine “pop”.

Questa parola è versatile e si riferisce principalmente a musica orecchiabile e di massa, a fenomeni di massa; nel suo caso c’è un’evidente ispirazione a artisti universalmente conosciuti, preservando una propria identità.

Nelle nuove opere, Jalil riconferma l’archetipo dell’alveare — assembramento oppure frantumazione —, che occupa solo una parte delle composizioni, sviluppandole, poi, in maniera ariosa: le ampiezze cambiano, aumentano, manifestandosi, talvolta, in forme geometriche Kandinskjane, oppure, in figure e atmosfere alla De Chirico, o, ancora, vi si percepisce un non so che Klimtiano.

Inizia ad “amministrare” la tela diversamente: mentre, nel passato, l’horror vacui la faceva da padrone, oggi, intere zone dialogano esclusivamente attraverso campiture monocromatiche o che si risolvono in poche tonalità; non esistono gradienti, bensì colori definiti ed accostamenti repentini, sia nell’archetipo che nelle evoluzioni compositive.

Jalil si avvale, tra l’altro, della tecnica del collage, tipo “papier collier” di Braque, con l’inclusione di altri materiali, alla Rauschenberg, che sulle tele avvalorano il sentimento di una concretezza primitiva, della presenza del quotidiano.

Il cambiamento è da intendersi come un uscire dalla confort zone personale — molto riuscita ed apprezzata dalla critica e dal pubblico —, per mettere alla prova le proprie capacità.

Ci si può domandare se la visione di Jalil nei confronti dell’essere umano e delle sue vicissitudini sia cambiato, con il passaggio da una composizione pullulante di soggetti delle medesime dimensioni ad una dove architetta soggetti predominati.

  • Marchese ma ti fai sempre tutte ‘ste domande? — chiederete.
  •  Da buona Verginella analitica sì!… — vi rispondo, in tutta franchezza.

Mi chiedo se il “peso specifico” dell’individuo — quella parità evidente nella Jalil prima stagione — sia lo stesso, dato che ci troviamo di fronte ad una chiara rivoluzione estetica!

Esiste, in Jalil, lo sviluppo di una forma di individualismo?

Conoscendo Khira Jalil, penso si tratti fondamentalmente di una trasformazione “pratica”, mentre coltiva incessantemente il sentimento di coscienza comune.

L’effetto visivo e psicologico è maggiormente distensivo: si passa da composizioni molto complesse, in cui la compattezza può suggerire la sensazione di soffocamento, di immobilità, a configurazioni sintetiche e più essenziali, di fronte alle quali “si ragiona” su meno elementi.

Intanto, Khira Jalil promuove sia il suo romanzo “Las mujeres del gueriros”, che “La semiologia dell’arte”, per quanto riguarda la critica, presentati ufficialmente alla Galleria BOA. E mentre la cittadinanza di Montreal l’ha onorata come prima artista marocchina che ha esposto in Cina e vincitrice di una medaglia dell’Accademia Artex di Mosca, tra luglio ed agosto 2026, esporrà in una personale a Miami; sempre in agosto, sarà relatrice di una conferenza sui musei marocchini, su invito del Direttore del Dipartimento di antropologia; la stessa si terrà all’università di Los Angeles, in autunno.

Nel periodo autunnale, Jalil curerà una collettiva, alla Galleria Yerbabreruja di New York.

Cosa dire di altro?

Chapeau e… alla prossima by Maria Marchese.