Riceviamo e pubblichiamo
foto Andrea Avezzu
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Dal 29 gennaio fino al 17 maggio 2026 esposte oltre duecento opere tra le più potenti, iconiche e anticonformiste del fotografo statunitense. Presente anche una raccolta di scatti inediti di uno uno tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.
Apre oggi a Palazzo Reale la mostra “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio”: un’ampia selezione delle opere più iconiche, potenti, anticonformiste del fotografo statunitense, arricchita da una raccolta di scatti inediti, per offrire ai visitatori di Milano, anche durante il periodo olimpico e paralimpico, la grande opportunità di incontrare l’opera di uno tra i più originali, raffinati e controversi artisti del XX secolo.
Curata da Denis Curti, è allestita nelle sale di Palazzo Reale dal 29 gennaio al 17 maggio 2026.


Promossa da Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York, l’esposizione è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, il programma multidisciplinare, plurale e diffuso che animerà l’Italia per promuovere i valori Olimpici attraverso la cultura, il patrimonio e lo sport, in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali che l’Italia ospiterà rispettivamente dal 6 al 22 febbraio e dal 6 al 15 marzo 2026.
Nato a New York nel 1946 e morto a Boston a soli 42 anni, Mapplethorpe è uno degli interpreti della controcultura tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando la creatività si fa gesto politico e le arti si fondono in nuovi linguaggi di libertà e identità.
“Tutto cambia quando l’amica regista Sandy Daley regala a Mapplethorpe una polaroid – racconta Denis Curti curatore della mostra – e con questa tra le mani, tra il 1970 e il 1971, Robert inizia un percorso legato allo studio del suo autoritratto, concentrato sulla rappresentazione del sesso omoerotico e partendo da se stesso. Nello stesso momento incontra Tom of Finland (pseudonimo di Touko Laaksonen): il primo a dare vita all’estetica omosessuale. Tra di loro nasce una grande amicizia che cambia per sempre la visione di Mapplethorpe. Entrambi esplorano il tema del feticismo, della pelle e della bellezza classica applicata al corpo maschile. Mentre Tom lo faceva con l’esagerazione del disegno, Mapplethorpe lo faceva con la precisione quasi marmorea della fotografia, ma entrambi hanno contribuito a rendere “arte” ciò che prima era considerato solo un materiale sotterraneo”.


A Milano protagonista è la sua ricerca estetica, i suoi nudi sensuali che si distinguono per la perfezione formale, una mimesi greca olimpica, in cui risaltano muscolatura e tensione fisica: il corpo, scolpito dall’uso sapiente della luce e dei contrasti, è il mezzo per la sublimazione della sua indagine artistica.
“Autodidatta, – continua Denis Curti – Sam Wagstaff (suo mentore e compagno) gli regala nel 1975 la prima Hasselblad, la macchina a medio formato che gli permette di ottenere quella precisione scultorea e quei bianchi e neri perfetti per cui è oggi universalmente conosciuto. L’obiettivo di questa mostra è proprio quello di ricollocare Robert Mapplethorpe nella dimensione della fotografia più alta, tra i più importanti fotografi del XX secolo, oltre la provocazione e oltre la censura”.
La costruzione di un percorso espositivo così completo è stata possibile grazie alla generosa collaborazione con la Fondazione Mapplethorpe di New York, creata dallo stesso fotografo nel 1988 pochi mesi prima della sua morte, non solo a tutela del suo lavoro ma anche per finanziare la ricerca medica e i progetti legati alla lotta contro il virus e alla cura dell’HIV.
La mostra si snoda infatti attraverso diverse sezioni tematiche con oltre 200 opere che ripercorrono l’intera evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe, dagli esordi sperimentali alla maturità stilistica.


I primi collage. Il percorso si apre con gli assemblaggi realizzati sul finire degli anni Sessanta. In queste opere, molto rare e poco esposte, in cui Mapplethorpe combina ritagli di riviste, disegni e feticci religiosi, indumenti e oggetti, si riflettono la ricerca sull’identità e il piacere dell’artificio, sperimentati dall’artista con l’obiettivo di creare una relazione con l’altro.
Patti Smith e Lisa Lyon. Ampio spazio è dedicato in due sezioni alle muse fondamentali dell’artista. Se i ritratti di Patti Smith immortalano un legame simbiotico e vulnerabile che attraversa decenni, una vera e propria ode indelebile all’amata amica, quelli della campionessa mondiale di bodybuilding Lisa Lyon esplorano una bellezza androgina che trascende le convenzioni di genere, celebrando la potenza fisica attraverso parametri estetici neoclassici.
Autoritratti e identità. La sezione degli autoritratti rivela un’introspezione dolorosa e fluida. Mapplethorpe usa la macchina fotografica come uno specchio dell’anima, documentando la propria esistenza dalle pose dandy degli anni Settanta fino alle immagini finali scavate dalla malattia.


Il ritratto. In mostra i volti di celebrità come Andy Warhol, Peter Gabriel, Yoko Ono, Isabella Rossellini. Per Mapplethorpe il ritratto in studio è un incontro tra due anime: un “altare visivo” dove la corporeità viene trasfigurata in leggenda grazie a una cura maniacale per l’equilibrio e la luce.
Nudi e fiori. Nudi maschili e femminili celebrano la perfezione classica, sfidando al contempo gli schemi sociali tradizionali. Particolarmente iconiche sono le fotografie dei fiori (calle, orchidee, tulipani), ritratti come apparizioni passionali e “muscoli pulsanti”, in bilico tra la sacralità della forma e allusioni delicatamente erotiche.
In dialogo con l’Antico. La mostra chiude con una sezione che evidenzia il legame tra la fotografia contemporanea e la statuaria classica. Mapplethorpe usa la sua Hasselblad 500C per “sciogliere” le membra marmoree delle sculture antiche, infondendo loro una scintilla di vita e rendendo la pietra morbida come carne viva.


La retrospettiva Robert Mapplethorpe. Le forme del desidero è il secondo atto di una più ampia trilogia, che ha avuto inizio a Venezia nelle Stanze della Fotografia e proseguirà poi a Roma, al Museo dell’Ara Pacis, dal 29 maggio al 4 ottobre 2026. Ogni evento esplora un percorso di studio e ricerca volto ad approfondire un differente aspetto della figura di Mapplethorpe.
“In Marsilio Arte – afferma Luca De Michelis, amministratore delegato di Marsilio Editori e Marsilio Arte – crediamo che la fotografia sia il linguaggio universale del contemporaneo. Il nostro impegno si concretizza in una visione che unisce la tradizione editoriale di Marsilio alla creazione di grandi progetti espositivi: dalla valorizzazione dei patrimoni di grandi fotografi alla gestione di spazi d’eccellenza come Le Stanze della Fotografiaa Venezia. Attraverso una rete culturale che connette città come Venezia, Milano e Roma, vogliamo trasformare l’esperienza di una mostra in un dialogo vivo, dove la qualità del catalogo e il rigore del progetto espositivo si fondono per restituire al pubblico la forza straordinaria dell’immagine”.


Accompagnano e approfondiscono la mostra il podcast – disponibile su Spotify, Apple Music e sulle principali piattaforme – Mapplethorpe Unframed, scritto e condotto da Nicolas Ballario, e un catalogo pubblicato da Marsilio Arte, che indaga la vasta produzione e l’evoluzione del linguaggio di Mapplethorpe attraverso 257 opere.
“Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio”è realizzata con il supporto di Radio Capital, radio ufficiale della mostra, e di InViaggioCon Corriere della Sera, media partner, e con il sostegno di Coop Lombardia e La Viarte.
