Riceviamo e pubblichiamo
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Il libro edito da “Coda di volpe” che riapre il dibattito sulla Legge 194: Una storia che scava, inquieta e chiede di non essere dimenticata.Con uno sguardo tagliente e un umorismo graffiante, questo libro non ha l’obiettivo di coinvolgere il lettore nel sentimento di una maternità mancata, ma di dare voce a un’urgenza.
La giornalista e scrittrice tarantina di nascita e pisana d’adozione Daniela Stallo torna in libreria con il suo nuovo romanzo “Mezzanotte meno un quarto” (Ed. Coda di volpe, collana Amaranto), una vicenda personale e al contempo collettiva, cercando un responsabile dell’evento e dando voce a chi si muove tra le pieghe più oscure della legge 194. Una storia che scava, inquieta e chiede di non essere dimenticata.

La protagonista è una direttrice di banca. Conduce una vita come tante. Si è da poco trasferita nella filiale del centro e una delle sue preoccupazioni principali è quella di schivare le domande scomode dei colleghi. In una sera d’inverno, mentre fuori la neve cade silenziosa e la caldaia è in blocco, si rifugia sotto le coperte per cercare un po’ di calore. Accarezzandosi la pancia, percepisce sotto le dita una crosticina che la trascinerà bruscamente nel passato. Quella “memoria” quasi impercettibile diventa la chiave d’accesso a un evento drammatico avvenuto anni prima. La protagonista racconta, tra cronaca e ricordi, due giorni intensi e claustrofobici nelle stanze di un ospedale che, nonostante il dolore dei pazienti, ogni mattina si riattiva inesorabilmente, tra la molteplicità di storie, volti sconosciuti, incontri grotteschi e procedure di una burocrazia spesso spietata.
“Sono tante le ragioni per le quali ho scritto questo libro, un argomento scomodo, disturbante. Di certo per raccontare una storia, di scelte e di ricordi e di testimonianze raccolte. Il prodotto più naturale della scrittura è una storia – ha spiegato l’autrice – Ma da tempo avevo in mente di fare una denuncia, di muovere un’accusa vera e propria: questo libro è la cronaca di un’accusa. In un periodo in cui i vescovi installano e fanno suonare campane dei bambini non nati, in un momento di furto di leggi, di abrogazioni a sorpresa, modifiche notturne, manovre dei difensori di morale e patria. Voglio tentare una difesa di quelle leggi. Un atto politico in forma narrativa. Perciò ho messo Gramsci nell’esergo. E poi raccontare le donne senza figli, i luoghi comuni e per esplorare il limite on/off dentro la vita di ciascuno”.

“Questo romanzo dice ciò che ancora troppo spesso viene taciuto e lo fa con una voce letteraria piena, matura, riconoscibile – ha commentato la casa editrice – È un libro che parte dal corpo e arriva alla storia collettiva: un racconto intimo che diventa politico senza mai essere programmatico. La memoria fisica, la maternità interrotta, il giudizio sociale, la famiglia, l’eredità emotiva e culturale si intrecciano in una narrazione che non cerca consolazione ma verità. E proprio per questo resta addosso al lettore”.
Con uno sguardo tagliente e un umorismo graffiante, questo libro non ha l’obiettivo di coinvolgere il lettore nel sentimento di una maternità mancata, ma di dare voce a un’urgenza: raccontare un percorso occulto, spesso non sostenuto da personale accogliente, ma invece frettoloso, distratto, giudicante.
Titolo: Mezzanotte meno un quarto
Autrice: Daniela Stallo
Editore: Coda di volpe
Collana: Amaranto
Pubblicazione: 29/01/2026
Pagine: 120
Prezzo: 15,00 Euro
ISBN: 9791282028066
Distributore: Libro Co. Italia

Daniela Stallo è nata a Taranto nel 1966. Giornalista pubblicista, ha scritto per quotidiani e settimanali di questioni politico-amministrative locali, di letteratura, cultura e tradizioni. Dopo la laurea in Giurisprudenza, ha esercitato la professione forense per un decennio. Attualmente vive a Pisa, dove insegna diritto nelle scuole superiori. Tra le sue pubblicazioni troviamo La città sul mare (Le Brumaie, 2011), Bruciati vivi (Arkadia, 2021), Winday (Armando, 2022). Nel 2024, il racconto La scelta, già pubblicato su una rivista online, è uscito nell’antologia 27 Racconti Raminghi (Libri dell’Arco). Cura il blog Libri, menù & altre cose di carta.

Egregio direttore,
Scrivo nella duplice veste di docente di latino e greco e di esponente di un’associazione Prolife, per esprimere il mio consenso a un’opera che spero sia letteraria e offra uno spunto diverso dalla narrazione generalizzata che parla, in maniera improvvida, di “diritto” all’aborto e di esclusiva femminile nella decisione di interrompere la gravidanza.
Anch’io ho pubblicato un libro, ormai giunto alla terza ristampa, ma non una storia, inventata e che si basi sulla mia posizione personale (che non definirei ideologica ma ideale): si tratta di una raccolta di dialoghi tra noi esponenti Prolife e donne, uomini, ragazze, giovani anche, alle prese con la questione aborto. Storie vere, di drammi veri, di chi avrebbe voluto sapere prima, per poter essere veramente libera di decidere, non necessariamente di abortire. Questo è il vero problema della nostra società: un’informazione quasi totalmente a senso unico che impedisce di prendere una decisione con reale consapevolezza.
Perché vede Direttore, nessuno mai si interroga sul “dopo“ l’aborto: la legge 194 che tanto superficialmente si cita senza averne neanche letto gli articoli, sbandierata come una conquista femminista, invece permette non solo l’eliminazione di un bambino prima della nascita ma soprattutto la cancellazione della verità insita nella donna, legata alla maternità. Si può essere a favore o contro l’aborto, ma il fatto che noi donne abbiamo questo privilegio, quello della maternità, non è una questione religiosa e non è un fatto ideologico, è piuttosto legato alla nostra biologia e non si può far niente di diverso se non accettarla. Intendo dire che, dopo l’aborto, arrivano tanti di quei ripensamenti che scattano proprio a causa della natura insita nella femminilità. Questo però non interessa nessuno, del dolore delle donne, dei tentati suicidi, della bulimia e anoressia conseguenti all’aborto, oppure della difficoltà a concepire successiva all’aborto, nessuno parla.
Allora anch’io penso che sia il caso di riaprire il dibattito sulla 194, ma nei termini della verità, lasciando parlare chi ha sacrificato sull’altare di una pseudo libertà, la propria felicità futura. Se anche fosse una minoranza, quella delle donne che soffrono, meriterebbe di essere presa in considerazione e di diventare protagonista di una rivoluzione positiva, che veda la donna come protettrice della vita concepita
Lo dobbiamo alle generazioni future.
Prof. Vittoria Criscuolo.
Vicepresidente Comitato “Prolife insieme”
http://www.prolifeinsieme.it
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