fotoservizio a cura di Laura Calogero
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La nostra redattrice ci porta a scoprire la mostra di “Zanabazar” alla Galleria Borghese. Un viaggio emotivo tra bronzi dorati e il Barocco, un’esperienza che tocca corde profonde. L’esposizione si potrà visitare fino al 22 febbraio Roma.

​C’è un momento preciso, varcando la soglia della Galleria Borghese, in cui il respiro si ferma.
Capita spesso tra i marmi di Bernini e le tele di Caravaggio, ma questa volta l’emozione ha una sfumatura diversa, più calda e dorata. Ho avuto il privilegio di visitare la Galleria in concomitanza con la mostra “Zanabazar alla Galleria Borghese: dalla Mongolia al Barocco Globale“, un ponte gettato tra Oriente e Occidente.

​Entrando, l’impatto visivo è potente. Vedere le due straordinarie opere dell’artista mongolo Zanabazar, la raffinata Tara Verde e l’Autoritratto in trono, arrivati direttamente dal Chinggis Khaan National Museum di Ulan Bator per la prima volta in Europa, con la loro perfezione in bronzo dorato e quella serenità che sembra emanare luce propria, dialogare con il dinamismo barocco di Roma è un’esperienza che tocca corde profonde.
Zanabazar è spesso definito il “Bernini della Mongolia“, e stando lì davanti, capisci il perché.
C’è la stessa ricerca di assoluto, la stessa capacità di rendere vivo il materiale inerte. È un incontro che non ti aspetti, ma che ti fa sentire parte di una bellezza universale che non conosce confini geografici.
​Per comprendere l’energia che sprigionano queste opere, bisogna guardare alla vita straordinaria del loro creatore. Zanabazar (1635-1723) non fu solo uno scultore, ma una figura monumentale della storia asiatica, paragonabile ai nostri grandi geni del Rinascimento.
Nato con il nome di Eshidorji, apparteneva alla nobile discendenza di Gengis Khan. Fu riconosciuto fin da bambino come il primo Bogd Gegeen, il supremo leader spirituale del buddismo tibetano in Mongolia.

La sua vita fu un intreccio incredibile di fede, politica e arte.
​Oltre a essere una guida spirituale e un fine diplomatico che navigò tra le potenze della Cina Qing e della Russia zarista, fu un linguista eccezionale (creò l’alfabeto Soyombo, simbolo della nazione mongola).
Durante i suoi viaggi in Tibet, affinò una tecnica scultorea che avrebbe cambiato per sempre l’arte buddista. Riuscì a fondere l’eleganza classica indiana con una pulizia formale moderna, creando bronzi dorati che sembrano quasi respirare.​Mentre a Roma il Barocco esplodeva in curve e drammaticità, Zanabazar cercava la stessa perfezione formale, infondendo nelle sue divinità una grazia e un equilibrio che oggi, nelle sale della Galleria Borghese, sembrano finalmente aver trovato “incontro” ideale.

Se volete davvero “sentire” questa mostra, il mio consiglio è uno solo: andate presto!
​Ho scelto uno dei primi turni del mattino e vi assicuro che fa la differenza. Mentre le sale sono ancora abbastanza silenziose, è un’esperienza quasi meditativa.
In quei momenti, il brusio del mondo esterno scompare e rimani solo tu, il genio mongolo e l’eternità di Roma.
​Perché non potete perderla
​Non capita spesso di vedere capolavori del Chinggis Khaan National Museum nel cuore di Villa Borghese.
È una mostra breve, ma capace di scuotere la nostra visione eurocentrica dell’arte e di regalarci una prospettiva più ampia di “Barocco”.

Consigli Pratici per la vostra visita
​Prenotazione Obbligatoria: l’accesso alla Galleria Borghese è contingentato. Prenotate con largo anticipo sul sito ufficiale: https://galleriaborghese.beniculturali.it/
​Orario Strategico: puntate al turno delle 9:00 per evitare maggiore affluenza di visitatori
​Date: la mostra è aperta solo fino al 22 febbraio 2026. Non lasciatevela sfuggire.