di Fabrizio Capra
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Intervista con Rossana De Pace che recentemente ha pubblicato l’album “Diatomee”: l’artista ci ha parlato di questo nuovo lavoro, della sua musica e dei suoi progetti.

Rossana inizio con il dire che trovo interessante questo riferimento alle microalghe trasportate dal vento: da dove nasce l’idea di dare questo titolo al tuo album?
Mi ha sempre affascinato il viaggio silenzioso e invisibile che questi organismi compiono ogni giorno, a nostra insaputa. Per me rappresentano l’interconnessione tra le cose: mi affascina pensare che un viaggio che parte nel deserto possa arrivare a influenzare l’Amazzonia, i fondali marini, i fiumi del cielo tropicale. Questa immagine è diventata una metafora che ha guidato il mio modo di riflettere sull’impatto che possiamo avere sul mondo e su quello che il mondo ha su di noi. È anche il modo in cui racconto il viaggio – interiore e fisico – che ho attraversato nella scrittura di questo disco, nato da quattro residenze artistiche diverse, durante le quali ho raccolto campioni sonori dei luoghi e frequenze delle piante tramite un trasformatore di sequenze (Plants Play). Nel disco, queste frequenze danno vita alla parte elettronica di synth e archi.

Ci racconti l’album un poco più nello specifico?
L’ordine dei pezzi non è casuale. Ho scritto questo disco in un periodo in cui ho abbandonato ogni convinzione per riscrivere la mia identità. “Diatomee” si apre con un brano che racconta la storia di una tartaruga che vuole volare, ma per farlo deve alleggerire il proprio guscio, svuotarlo (Vorrei che fosse voglio). Canzone dopo canzone, decostruisco ciò che ho ereditato dalla società e dall’educazione, scegliendo consapevolmente cosa lasciare andare e cosa tenere con me. L’album si chiude con la consapevolezza di essere molte cose, a volte anche contraddittorie, ma con l’urgenza di prendere una posizione (Magna Grecia) e con la convinzione che possa esistere un’alternativa alla regola: un percorso personale, un modo proprio di fare le cose (L’alternativa).

Hai detto che i tuoi brani sono canzoni che parlano del presente ma c’è un presente che merita di essere “cantato”?
Oggi più che mai credo nell’importanza del dissenso e del senso di comunità come strumenti per contrastare l’impotenza che nasce dalla solitudine, soprattutto di fronte a certi temi sociali. Sembra di vivere in un periodo storico in cui è facile assuefarsi all’orrore: l’iperstimolazione ci impedisce di cogliere la gravità di molti avvenimenti e un’informazione distorta contribuisce a plasmare l’opinione pubblica. In questo contesto, prendere posizione è fondamentale, ma farlo insieme è l’unico modo davvero sostenibile ed efficace. Non a caso, a essere presi di mira sono proprio i luoghi di aggregazione e di opposizione, perché possono diventare estremamente potenti: basta guardare a ciò che è successo a Torino.

Cosa vuoi, quindi, in concreto riuscire a trasmettere chi ti ascolta?
L’idea è che il viaggio di decostruzione personale, di liberazione da ciò che abbiamo ereditato e che non ci appartiene, debba culminare nella costruzione di una propria identità, senza però dimenticare l’altro. Coltivare se stessi è fondamentale per portarsi nel mondo, ma il mondo che desideriamo può essere costruito solo insieme.

Magari sbaglio ma trovo nei tuoi nuovi brani sonorità moderne che ancorano le proprie radici nel passato ma per questo non sono superate, anzi sono attuali. Cosa ne pensi?
Sono sempre stata appassionata della musica dei popoli, cominciando dalla mia terra di origine, la Puglia e credo di averla completamente sotto pelle quindi è inevitabile che le radici, il passato che in realtà musicalmente è sempre attuale se si parla di musiche ancestrali, è presente nelle mie canzoni, un po’ nei ritmi, nel modo di cantare e nella coralità delle voci. È magico come alcune sonorità non passino mai perché non parlano solo di una cultura, ma dell’umanità.

Ho conosciuto non molto tempo fa Taketo Gohara: cosa significa collaborare con lui?
Artisticamente una goduria. Mi sono sentita accolta in tutte le mie idee. Sono entrata in studio con delle pre-produzioni abbastanza chiare, con lui le abbiamo portate al livello successivo. Tutto suonato, tutto a servizio della canzone, del messaggio, dell’autenticità, senza reference precise. Ho ritrovato lui un produttore che non ha mai messo il suo ego in questo lavoro ed ha cercato di capirmi profondamente sia musicalmente che nei contenuti della canzone. Posso dire che dopo questo disco sa moltissime cose di me, ogni retroscena dietro ogni singola parola.

Cosa c’è della tua Puglia nel tuo fare musica?
Il mare, posso cullare, ma anche essere una tempesta emotiva. Ma anche la coralità come dicevamo, le voci delle nonne che cantano insieme mentre aspettano il bus per andare in campagna. Il fuoco dei ritmi incalzanti e della voce che può cuocere una focaccia o ardere i falò di San Giuseppe del mio paese.

Dopo “Diatomee” cosa c’è nel tuo futuro prossimo, artisticamente parlando?
Intanto mi godrò questo tour che ci aspetta, quello di presentazione in primavera e quello estivo. Solitamente la fine dell’anno è sempre un momento per me di creatività, mi immagino già in un’altra residenza artistica a scrivere cose nuove, magari questa volta fuori dall’ Italia.

Se aprissi il cassetto dei tuoi sogni artistici cosa ci troveresti?
Vivere di musica, da sempre. Viaggiare il più possibile con le mie canzoni in maniera sostenibile e libera, circondata da un team di persone che rispetta il mio lavoro e ha piacere di farlo con me. Anche far diventare la campagna dei miei nonni in Puglia un polo culturale e luogo di residenze artistiche dove artisti di qualsiasi genere possano prendersi del tempo per lavorare ai loro progetti e contaminarsi con quelli degli altri. È un progetto grande che avrà il suo tempo, che immagino parallelo al mio percorso artistico personale.

Ringraziamo Rossana per la disponibilità e Silvia Eccher di Parole e Dintorni per la preziosa collaborazione.