di Laura Calogero
foto Laura Calogero
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Recensione della mostra inaugurata nello scorso mese di ottobre e visitabile fino al 3 maggio. Non solo un evento espositivo: operazione di chirurgia sartoriale che mette a nudo l’anima del couturier.

Mentre il sistema moda internazionale interroga se stesso sulla velocità dei cicli produttivi, il Museo del Tessuto di Prato risponde con una riflessione monumentale sul concetto di “tempo lento” e costruzione architettonica. La mostra “Azzedine Alaïa, Cristóbal Balenciaga. Scultori della forma” (25 ottobre 2025 – 3 maggio 2026) non è solo un evento espositivo: è un’operazione di chirurgia sartoriale che mette a nudo l’anima del couturier.

Il Contesto: Un Museo nella “Città delle Fabbriche”
​Per comprendere l’importanza di questo evento, bisogna guardare alle mura che lo ospitano. Il Museo sorge nell’ex Cimatoria Campolmi, un gioiello di archeologia industriale del XIX secolo situato nel cuore medievale di Prato. Questo luogo, un tempo pulsante di telai e vapore, è oggi il simbolo della metamorfosi di un distretto che ha saputo trasformare la manifattura in cultura. Significa letteralmente entrare in un santuario del saper fare.
​Inaugurato nel 1975, il Museo celebra il suo cinquantesimo anniversario portando in Italia un progetto ideato da Olivier Saillard, che vede la collaborazione della Fondazione Azzedine Alaïa e degli Archives Balenciaga di Parigi. Un ponte ideale che collega la Valle del Bisenzio alla Ville Lumière.
Tuttavia, prima ancora di lasciarsi rapire dal dialogo tra i due maestri della couture, il visitatore viene accolto da un preludio multimediale necessario per comprendere dove ci troviamo.
Un video interattivo, posto strategicamente all’ingresso, funge da bussola temporale e concettuale, riassumendo la storia sartoriale di Prato attraverso una simbologia evocativa e potente.

Mi sono fermata a osservare quegli oggetti che apparivano sullo schermo, icone di una metamorfosi urbana e sociale: una valigia, che racconta l’andirivieni di maestranze e sogni. Un orologio, che scandisce il tempo, i turni in fabbrica e l’evoluzione frenetica dei mercati. Una lanterna cinese, segno tangibile di una contaminazione multiculturale che ha ridefinito il distretto negli ultimi decenni. Questa introduzione non è solo un omaggio alla città, ma una chiave di lettura. Ci ricorda che l’alta moda che stiamo per ammirare poggia su una base di pragmatismo industriale e resilienza operaia.
L’atmosfera che si respira proseguendo verso la mostra dedicata ad Azzedine Alaïa e Cristóbal Balenciaga possiede un’intensità diversa, quasi sacrale. Camminando tra le navate di questo gioiello di archeologia industriale, ho avuto la sensazione che le pareti stesse, intrise di storia manifatturiera, vibrassero in sintonia con le creazioni di due tra i più grandi architetti della moda di ogni tempo.
Il percorso, non è una semplice parata di abiti spettacolari, ma un dialogo silenzioso e profondamente tecnico che mette a nudo l’anima della couture.
​L’esposizione seziona la maestria dei due designer attraverso un’analisi tecnica rigorosa. Il percorso con 50 creazioni in mostra (25 per parte) si snoda perciò tra due reparti cardine della Haute Couture francese: l’Atelier Tailleur dove regna la struttura, e L’Atelier Flou, con il respiro della fluidità.

Un’Eredità di Perfezionismo
La mostra nasce da un desiderio profondo di Hubert de Givenchy e si percepisce chiaramente quella devozione quasi filiale che Alaïa il “sarto delle dive”, nutriva per il Maestro spagnolo.
​Il fulcro della narrazione risiede in un aneddoto del 1968. Alla chiusura della Maison Balenciaga, un giovane Alaïa venne scelto per preservare l’eredità del Maestro. Ciò che scoprì nei tessuti, lane avorio tagliate dritte, bottoni sferici in metallo dorato, orli asimmetrici “a coda di pesce”, divenne il suo dizionario tecnico.
Osservando da vicino i dettagli, ho compreso perché Alaïa venisse considerato l’ultimo dei couturier.
La sua capacità di padroneggiare ogni singola fase del processo, dal taglio al punto finale, trova in Balenciaga lo specchio perfetto di un perfezionismo che oggi appare quasi eroico.
È affascinante notare come la ricerca di Balenciaga si traduca in una perfezione formale assoluta, mentre quella di Alaïa emerga attraverso una precisione plastica che sembra sfidare le leggi della fisica.

Quando mi sono ritrovata davanti a due capi iconici che aprono le danze, un confronto diretto spiega come la femminilità possa essere scolpita in modi opposti eppure complementari.
Da un lato il rigore quasi monastico di Balenciaga, capace di far fluttuare il tessuto come se fosse privo di peso e dall’altro la sensualità millimetrica di Alaïa, che lo utilizza come una seconda pelle per esaltare il corpo senza mai costringerlo.
Mi ha colpito particolarmente, inoltre, la sezione dedicata alla Spagna, un omaggio vibrante alle radici mediterranee che accomunano i due geni.
Tra bolero, pizzi e riferimenti al flamenco, si percepisce il battito di una moda che non è mai solo ornamento, ma espressione di un’identità culturale profonda.
Non si tratta solo di vestiti, ma di sculture che abitano lo spazio e il tempo.
I video d’archivio e il film di Joe McKenna sulla vita di Alaïa offrono quel necessario contrappunto narrativo che permette di umanizzare il mito.

La prima vera influencer di moda e il Cappotto “Virale” del 1961
​Volete parlare di influencer? Ma lasciate stare TikTok! In mostra brilla l’eco di un cappotto bianco candido di Balenciaga che nel 1961 la Regina Fabiola del Belgio ha indossato. Un capo che è diventato il primo capo “virale” della storia. Così iconico da spingere le donne dell’epoca a traversare un’Europa ancora ferita dalla guerra pur di accaparrarsi un pezzo di quel sogno geometrico firmato dal maestro della couture.
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E in un’epoca di fast fashion, la mostra al Museo del Tessuto ci ricorda che il vestito è un’architettura del corpo. Prato, con la sua storia millenaria di produzione, si conferma il palcoscenico naturale per questa lezione di stile e tecnica.

Uscendo dal museo, mentre le luci della sera iniziavano a riflettersi sulle storiche mura della Campolmi, mi è rimasta addosso la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di raro.
Questa analisi non è solo il resoconto di una visita, ma un tassello che si aggiunge alla lunga tradizione di Ottiche Parallele Magazine.
Da sempre, il nostro impegno è quello di scandagliare la moda non come fenomeno effimero, ma come un organismo vivo fatto di storia, creatori visionari e visioni future. In questo confronto tra Alaïa e Balenciaga, abbiamo ritrovato l’essenza stessa della nostra ricerca: la scoperta di quelle trame invisibili che connettono il genio individuale all’evoluzione del gusto universale.