di Giacomo “nonnoatipico” Bertola
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Oggi torniamo a ospitare un articolo di nonnoatipico che ci racconta di Antoine de Saint_Exupéry e del suo incontro durante la Rust2Dakar 2025 in un piccolo museo in Marocco, a Tarfava, dove compare il nome del noto personaggio tra le pareti basse.
C’è un punto dell’Africa in cui il vento non smette mai di raccontare storie: le porta via la sabbia, le riconsegna al mare, le affida ai motori stanchi ed ai passi lenti di chi attraversa questi luoghi. È lì che il nome di Antoine de Saint-Exupéry smette di essere letteratura e torna corpo, respiro, attesa. Durante la Rust2Dakar 2025 ho visto questo nome apparire tra le pareti basse di un piccolo museo in Marocco a Tarfaya. Un museo a lui dedicato non come reliquia ma come presenza: fotografie in bianco e nero, mappe ingiallite, oggetti semplici: niente eroismo esibito ma solo il lavoro quotidiano di chi volava per unire punti lontani del mondo come si uniscono frasi spezzate in un quaderno.
Ed è proprio lì che il racconto cambia fuoco perché in Africa Saint-Exupéry non stava “cercando storie” ma le teneva in vita.
Nato a Lione, in Francia, nel 1900 da una famiglia aristocratica cattolica, Saint-Exupéry era troppo giovane per combattere nella Prima Guerra Mondiale e trascorse quegli anni in una scuola privata in Svizzera. Dopo la guerra, sostenne l’esame di ammissione all’Accademia Navale francese e fu bocciato entrambe le volte, forse di proposito. Un periodo di studi in architettura all’École des Beaux-Arts non gli permise di conseguire la laurea. Dopo aver vagabondato per Parigi ed aver messo alla prova la pazienza ed il conto in banca della madre vedova, Saint-Exupéry si arruolò nell’esercito francese. Mentre era di stanza vicino a Strasburgo, prese le sue prime lezioni di volo e ne fu conquistato.
Ottenuto il trasferimento nell’aeronautica militare francese, Saint-Exupéry completò l’addestramento da pilota in un aeroporto nei pressi di Casablanca, in Marocco, nel 1922. Ritornò a Parigi e fu assegnato al 34° reggimento di aviazione all’aeroporto di Le Bourget e si innamorò di Louise Lévêque de Vilmorin. Dopo un brutto incidente che lo costrinse al ricovero in ospedale, la famiglia di Vilmorin lo spinse a scegliere una carriera meno rischiosa. Saint-Exupéry acconsentì, rinunciando al suo incarico e ottenendo un impiego civile d’ufficio, ma la storia d’amore con Vilmorin svanì. Nel 1926 Saint-Exupéry entrò a far parte di Aeropostale, il fiorente servizio postale aereo francese. Il suo lavoro era la posta aerea. Un compito apparentemente umile, quasi invisibile, che però reggeva l’ossatura del mondo moderno nascente.

Volava attraversando il Sahara collegando l’Europa all’Africa e l’Africa all’America del Sud. Trasportava lettere e documenti: notizie che rompevano l’isolamento. Ogni sacco di posta era una promessa mantenuta. Tra il 1927 e il 1929, Saint-Exupéry visse a Cap Juby (l’odierna Tarfaya) un isolato avamposto sulla costa oceanica del Sahara marocchino. Fu nominato capo dello scalo per la compagnia Aeropostale ed il suo compito principale era gestire i voli postali tra Tolosa e Dakar e negoziare con le tribù locali per il rilascio di piloti precipitati nel deserto.
Durante l’isolamento, scrisse il suo primo romanzo, “Corriere del Sud” (1929). Si ritiene che la solitudine del deserto e il paesaggio di dune di Tarfaya abbiano fornito l’ispirazione iniziale per le ambientazioni ed i temi de “Il piccolo principe”.
Un altro momento cruciale in Africa fu lo schianto nel deserto libico nel dicembre 1935, durante un tentativo di battere il record di velocità sulla rotta Parigi-Saigon. Saint-Exupéry e il suo meccanico Prevot camminarono per quattro giorni tra le dune con pochissima acqua, soffrendo di allucinazioni prima di essere salvati da un beduino. Questa esperienza e l’incontro provvidenziale nel deserto sono descritti vividamente in “Terra degli uomini” e costituiscono l’incipit narrativo de “Il piccolo principe” che inizia proprio con un pilota caduto nel Sahara.
Dopo una parentesi statunitense di due anni conseguente ad una non sintonia con la neonata repubblica di Vichy, nel 1943 nonostante l’età avanzata ed i postumi di numerosi incidenti, Saint-Exupéry tornò in Nord Africa per unirsi alle forze aeree della Francia Libera ad Algeri operando da basi in Algeria e Tunisia volando su aerei da ricognizione sino a che, nel luglio del 1944,decollò per la sua ultima fatale missione da una base della Corsica. In luoghi come Cap Juby, ai margini del deserto, il suo ruolo andava oltre la cabina di pilotaggio: era responsabile di scalo, uomo di contatto, garante di equilibri fragili; doveva negoziare con le popolazioni locali, organizzare missioni di soccorso per i piloti dispersi, attendere aerei che forse non sarebbero mai tornati. Il lavoro non finiva con l’atterraggio ma cominciava nell’attesa.
Camminando nei luoghi dove ha vissuto ho avuto la sensazione che l’Africa lo avesse educato alla lentezza, al valore dell’essenziale, al rispetto per ciò che non risponde: il deserto non ti parla, ti ascolta ed in quell’ascolto ti spoglia di tutto ciò che non serve: anche del mito dell’eroe solitario. Saint-Exupéry imparò che volare non significava dominare il cielo, ma assumersi una responsabilità verso chi restava a terra: ogni rotta era un filo teso sopra il vuoto, ogni volo riuscito diceva a qualcuno lontano che non era stato dimenticato. Scriveva di notte dopo il lavoro ma prima di scrivere viveva quella fatica ed è per questo che la sua letteratura nasce così concreta, così fisica. Il cielo non è metafora, la notte non è simbolo: sono condizioni di lavoro, sono rischio, disciplina, silenzio. La Rust2Dakar attraversa oggi quegli stessi spazi con un’energia diversa, rumorosa, contemporanea eppure il dialogo è immediato: i motori sollevano polvere come un tempo le eliche e la traiettoria resta la stessa: attraversare senza possedere, andare avanti senza cancellare. Uscendo dal museo, il sole era alto e Tarfaya vibrava di vita; per un istante tutto sembrava sospeso, come prima di un decollo. Ho capito allora che il lavoro di Saint-Exupéry in Africa non è stato solo un capitolo biografico ma una lezione ancora aperta che ho fatto mia: “non si viaggia per arrivare; si viaggia per tenere aperti i legami e per prendersi cura di ciò che attraversiamo”. Il soggiorno di Antoine de Saint-Exupéry in Africa è stato uno dei periodi più formativi della sua vita, trasformandolo da giovane pilota a scrittore di fama mondiale. L’Africa, ed in particolare il deserto del Sahara, è diventata lo scenario principale della sua poetica e della sua ricerca interiore.
Per scoprire il Marocco più vero bisogna chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare in luoghi magici cullati da suoni e profumi spogliandosi di ogni precedente conoscenza e vivendo nuove esperienze che ci cambieranno la vita proprio come se si stesse osservando il mondo con gli occhi di un bambino con il vento del deserto che soffia tra i capelli.
L’essenziale è invisibile agli occhi!
