di Fabrizio Capra
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Tre iconici luoghi del capoluogo piemontese fuori dai circuiti turistici di massa e legati al “culto” dell’esoterismo, tutti è tre uniti da un unico protagonista: il boia. Andremo a scoprire il “Rondo d’la Furca”, la “Casa del Boia” e il “Chiesa di Sant’Agostino”. Nel mezzo una pausa per assaporare una vera chicca tutta torinese: il “bicerin”.

Quando ho deciso di dare vita a degli articoli per raccontare luoghi attraverso tre realtà al di fuori dei circuiti turistici di massa e contemporaneamente ho deciso di iniziare dal raccontare Torino ho pensaro su cosa inserire in questo articolo.
Di luoghi fuori dai circuiti turistici classici nel capoluogo piemontese ce ne sono parecchi (ricordiamo che Torino è la città esoterica per eccellenza) ma volevo trovare tre proposte collegate tra loro da una sorta di fil rouge.
E così mi è venuto in mente quello che poteva essere il trait d’union dei luoghi che proporrò in questo articolo: il boia.
Si parte del Rondò d’la Furca, il luogo delle esecuzioni capitali per poi passare in via Bonelli dove c’è ancora oggi la Casa del Boia per finire con la Chiesa di Sant’Agostino dove il boia (con la famiglia) frequentava la messa e dove, sotto la torre campanaria, veniva sepolto.
Nel tragitto tra un luogo e l’altro si consiglia una tappa per degustare una golosità tutta torinese: il bicerin.

Rondò d’la Furca
foto Giusy Virgilio

Si tratta di uno dei luoghi più visitati dal turismo esoterico. Il nome indicata lo spiazzo circolare tra corso Regina Margherita, corso Principe Eugenio e corso Valdocco (quest’ultima la zona dove avvenivano le sepolture). Durante il Regno di Sardegna in questo spiazzo, creato dopo l’abbattimento delle mura (decretate da Napoleone I il 23 giugno 1800, qualche giorno dopo la famosa battaglia di Marengo), era collocato il patibolo, installato di volta in volta, per dare luogo alle esecuzioni pubbliche per impiccagione. La “furca” rimase in uso fino al 1863 mentre non vi è certezza sull’anno di entrata in funzione anche se alcune fonti affermano che sia il 1835. Oggi all’angolo con Corso Regina Margherita è possibile ammirare una statua, eretta nel punto esatto in cui una volta c’era il patibolo, dedicata alla memoria di don Giuseppe Cafasso (1811-1860), divenuto patrono dei condannati a morte per il sostegno spirituale incondizionato che offrì a tutti coloro che salivano sulla forca, incurante che fossero colpevoli o meno. Il monumento venne eretto nel 1961, voluto dai carcerati di tutta Italia ed eseguito dallo scultore Virgilio Audagna (1903-1993): l’opera raffigura il Santo nella caritatevole estrema opera di conforto a un condannato.

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Questo nome però non è mai stato assegnato dal Comune; Rondò d’la Furca deriva dalla tradizione popolare che l’ha tramandato fino ai giorni nostri e, ancora oggi si continua a chiamare comunemente così. Quando la “forca” era in funzione la zona era in “aperta campagna”: si trattava di un vasto slargo circondato da grandi pini che rendevano l'ambiente sufficientemente buio e tetro, in grado di ospitare molti spettatori (che al termine dell’esecuzioni si gettavano sulla corda della forca per trarne auspici per il gioco del lotto). Inoltre era attorniato da prati, fossi, pozze e poche case. Era stato scelto anche per la sua vicinanza alla prigione che si trovava in quella che oggi è via Corte d’Appello. L’esecuzione capitale era preceduta da un’usanza che aveva tutto il gusto di un rituale sacrificale: al condannato venivano legati capo e mani, poi saliva sul carro in compagnia del sacerdote. Tale carro percorreva, in mezzo alla folla, le vie della città verso il luogo d’esecuzione pubblica, preceduto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Misericordia, fiancheggiato dai carnefici e seguito dai soldati, mentre la campana municipale cadenzava la marcia. Arrivata l’ora dell’impiccagione, il Sindaco della Misericordia bendava gli occhi al condannato e don Cafasso, Il Preive d’la furca come veniva chiamato dai torinesi, concedeva l’assoluzione e faceva baciare il crocefisso.
Casa del Boia
foto Giusy Virgilio

Una delle mete fisse dell’itinerario della Torino nera è la famigerata “casa del boia”, situata in via Bonelli 2, una via cortissima tra via delle Orfane e via Bellezia. La via si chiamava prima Contrada Pusterla e poi via Fornelletti, ma al numero 2, per tradizione secolare, viveva l’incappucciato per eccellenza, un impiegato comunale che per non tirare la cinghia aveva scelto di tirare la corda, quella del patibolo. Praticamente i boia cittadini hanno sempre abitato lì. Il portone c’è ancora, i boia non più. Oggi al civico 2 di via Bonelli si trovano civili abitazioni (chissà se gli abitanti sanno che in quella casa ci abitava sull’oscuro personaggio).

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L'ultimo boia, Pietro Pantoni, pare fosse un misantropo, tutto casa e lavoro. Chiuso nel suo appartamento, non usciva praticamente mai, una situazione più dettata dai fatti che non da quella che era un'autentica vocazione alla solitudine. Non era, infatti, il mestiere ideale per intrattenere pubbliche relazioni. Chi passava davanti alla sua casa sputava sulla porta e si girava dall’altra parte. Gioie e dolori di un mestiere come un altro. Il Pantoni comunque riuscì persino a sposarsi. Il suo matrimonio venne celebrato nel 1846. A officiare, e non poteva essere altrimenti, fu Giuseppe Cafasso, il santo degli impiccati. Una delle leggende narra che la moglie avesse tanta vergogna da non uscire mai di casa. Tra i lati positivi senza dubbio lo stipendio: alcuni lamentavano che i boia fossero super pagati per le esecuzioni, usufruendo di premi e stipendi esagerati. I boia venivano pagati in base a tabelle. Nel 1575 un’impiccagione veniva pagata 21 lire, uno squartamento 36 lire mentre dare fuoco a una persona accusata di stregoneria 16 lire. Il boia tornava a casa di sera solo, percorrendo le strade silenziose a ridosso dei muri, quasi non volesse farsi notare, e così raggiungeva la sua casa, un'abitazione raramente toccata dal sole. Di natura simbolico-religiosa era anche il modo in cui veniva consegnato il pane al boia: il fornaio porgeva al boia o a sua moglie una pagnotta rovesciata, talvolta senza incartargliela e sopra alla pagnotta veniva tracciata, prima della cottura, una croce, da questa usanza nacque, secondo alcuni, il detto "il pane del boia". E la più famosa di tutte le leggende riguarda la nascita del pancarrè. Nel Medio Evo il boia aveva difficoltà a comprare il pane, perché i panettieri pensavano portasse sfortuna servirlo. Intervenne il duca Amedeo VIII di Savoia ordinando ai panettieri di servire anche il boia perché "o lo accettate come cliente o diventerete suoi clienti!" Obbligati a vendergli il pane, i panettieri si 'vendicarono' servendoglielo, in segno di disprezzo, al contrario. Un nuovo intervento delle autorità vietò anche questo comportamento e allora i panettieri s’inventarono il pane a forma di mattone, uguale da entrambi i lati, il pancarrè. Altro segno di disprezzo era l'uso di una scodella per ricevere il denaro del boia, in modo da sciacquarlo prima di usarlo. C’era tutta una procedura, pur di non avere contatti con lui, per evitare di toccare la carta che autorizzava il suo pagamento: il responsabile della Corte Criminale firmava l'autorizzazione con i guanti e la buttava a terra, qui un addetto la raccoglieva con le pinze usate per i camini e la gettava dalla finestra, sotto la quale il boia aspettava.
Chiesa Sant’Agostino
foto Giusy Virgilio

Questa era la chiesa frequentata dal boia di Torino a cui era riservato un trattamento speciale: potevano godere di un banco tutto per lui (e per la sua famiglia) staccato dal resto dei fedeli (forse perché nessuno voleva assistere alla messa con lui vicino), e sempre in quella chiesa, sotto il campanile potevano trovare riposo (eterno) poiché in quel luogo si trovano le loro tombe. Quel campanile che rimane una delle poche testimonianze dell’antichità di questa chiesa. Sia da vivi, presenze inquietanti avvolte in mantelli color sangue, sia da morti, sepolti sotto il campanile della chiesa, essi contribuiscono a creare un’aura di mistero intorno a questa chiesa torinese nella quale è venerata la Madonna del Divin Parto, procreatrice di vita, ma in cui hanno anche pregato e trovato sepoltura questi sinistri artefici di morte.

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Situata nell’omonima via all’angolo con via Santa Chiara, la chiesa risale al XII secolo quando era dedicata ai Santi apostoli Giacomo e Filippo. Tra i secoli XVI e XVII venne integralmente ricostruita e nel 1643 assegnata all'Ordine di Sant’Agostino (che però ne avevano già preso possesso nel 1548). Fu ampiamente ristrutturata tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX a opera dell'architetto Carlo Ceppi. Nel 1706, in un pozzo appositamente scavato all'interno della chiesa, vennero inumati i prigionieri francesi morti durante l'assedio della città ma si dice che vi venivano buttati anche i carcerati che morivano in prigione. La chiesa è a tre navate scandite da pilastri su pianta basilicale con strette navate laterali sovrastate da volte a crociera. Nella navata destra si può ammirare il dipinto della “Deposizione” attribuito alla scuola di Dürer (1530-1540), la “Madonna del Popolo” di Felice Cervetti (1764), la “Madonna della Cintola” di Ignazio Perucca (anteriore al 1776) posta sopra un altare di marmi policromi attribuibile a Bernardo Vittone. Nella “Cappella della Madonna del Divin Parto” nella navata sinistra è presente un frammento di affresco quattrocentesco che è stato ritrovato nel 1716 nella canna del camino di una casa, demolita in parte per l’edificazione del convento. All’inizio della navata sinistra è collocato il fonte battesimale secentesco, restaurato e riportato in uso. Al fondo della navata sinistra si trova la Cappella di San Nicola da Tolentino, frate dell'ordine degli Eremitani di sant'Agostino con un dipinto attribuito a Martino Spanzotti (altri propendono per Defendente Ferrari), affiancato dal bianco Mausoleo di Cassiano dal Pozzo, magistrato alla corte di Emanuele Filiberto, con la sua statua “gisant” (giacente) sopra un sepolcro sorretto da due dragoni, opera di autore ignoto di ambito lombardo (1579). Nella chiesa troviamo anche il mausoleo del cardinale Carlo Tommaso Maillard de Tournon, opera di Carlo Antonio Tantardini. La statua dell'Immacolata, collocata sul primo altare, è dello scultore svizzero Giovanni Battista Casella “de Monora”.
IL BICERIN

Nel percorso che ci porta dal Rondo d’la Furca alla Casa del Boia si passa davanti al Santuario di Santa Maria della Consolazione (ma per i torinesi la Consolata, come se a dover essere consolata è lei, Santa Maria, e non noi comuni mortali).
Scusate la divagazione.
Di fronte al Santuario c’è un locale storico, il Caffè Al Bicerin, quello che ti serve, tra tante altre proposte, il bicerin, una delizia tutta torinese. Il locale è esistente dal 1763 e ha visto passare nomi illustri: da Camillo Benso conte di Cavour ai fratelli Giovanni e Umberto Agnelli, da Mario Soldati a Umberto Eco, da Erminio Macario a Italo Calvino, da Giacomo Puccini a… Fabrizio Capra (vabbè non sono famoso ma quando passo da Torino il “buon vizio” di fermarmi al Bicerin è d’obbligo).
L’invenzione del bicerin è stata, senza alcun dubbio, la base del successo del locale e, più che invenzione, fu evoluzione della settecentesca bavareisa, una bevanda allora di gran moda che veniva servita in grossi bicchieri e che era fatta di caffè, cioccolato, latte e sciroppo. Il rituale del bicerin prevedeva all’inizio che i tre ingredienti fossero serviti separatamente, ma già nell’Ottocento vengono riuniti in un unico bicchiere.
Per ottenere un buon bicerin non è sufficiente unire i tre ingredienti base – caffè, cioccolata e crema di latte -: sono fondamentali le migliori materie prime e tanta pazienza.
Però per comprendere il bicerin fino in fondo è necessario assaggiarlo facendosi guidare, nel modo di degustarlo, da chi te lo serve.
Diffidate dalle imitazioni… il vero bicerin si assapora al Bicerin in piazza della Consolata 5 (per saperne di più vi invito a consultare il sito del locale https://bicerin.it/).

In conclusione provo a indicare il percorso da effettuare.
Si parte dal Rondo d’la Furca: si percorre corso Valdocco fino alla prima via che si incrocia sulla sinistra, via Carlo Ignazio Giulio. Percorretela fino a incrociare via della Consolata quindi girate a destra fino a raggiungere il Santuario che sarà alla nostra sinistra. Passate davanti alla “Consolata” (sulla destra c’è il Bicerin) e proseguite per via Maria Adelaide fino a incrociare via delle Orfane. Girate a sinistra e imboccate via delle Orfane fino al primo incrocio a destra che è via Bonelli. Percorrete la via fino in fondo e sulla sinistra troverete il “famigerato” numero 2. Terminate di percorrere la via e girate a destra in via Sant’Agostino e dopo una breve passeggiata sulla destra trovate la chiesa di Sant’Agostino.