di Giacomo “nonnoatipico” Bertola
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nonnoatipico torna a raccontarci le sue esperienze nate nel girovagare, questa volta nelle sue Marche dove ha “incontrato” un rudure che non è soltanto un edificio abbandonato ma una presenza simbolica radicata nel territorio.
Girovagando per le campagne immerso nel paesaggio morbido della provincia di Fermo dove le colline scendono verso il corso dell’Ete Vivo e la campagna conserva ancora una geografia fatta di contrade lungo strade comunali e memorie tramandate a voce, ho trovato un luogo che sembra sospeso tra devozione popolare, rovina romantica e possibilità di rinascita: è la Madonna delle Cataste nel comune di Ponzano di Fermo; un rudere che non è soltanto un edificio abbandonato ma una presenza simbolica radicata nel territorio.
Il suo nome ufficiale nelle banche dati del Ministero della Cultura è Chiesa della Madonna della Catasta. La scheda la classifica come chiesa rurale datandola al 1920 e la registra come bene tutelato di proprietà pubblica oggi in stato di rudere e senza uso attuale.

La sua posizione è precisa: sorge a breve distanza dalla Strada Comunale Val d’Ete vicino al corso del fiume in quella porzione di territorio di Ponzano di Fermo che la memoria locale continua a identificare proprio con il nome della Madonna delle Cataste.
Già in questi dati essenziali c’è qualcosa che colpisce: non siamo davanti ad una grande abbazia né ad una pieve celebre e tantomeno ad un santuario monumentale. Siamo invece davanti ad un’architettura minore, periferica, quasi marginale nella geografia ufficiale dei beni storici. Eppure, è proprio questa marginalità a renderla significativa: la Madonna delle Cataste appartiene a quella costellazione di luoghi che raccontano il rapporto profondo tra fede, paesaggio e vita quotidiana nelle campagne marchigiane.
Riguardo alla sua origine si è formata una tradizione che ancora oggi ne alimenta il fascino: secondo il racconto locale il luogo sarebbe sorto dopo una presunta apparizione della Madonna sopra una catasta di legna, da qui il nome.
Le versioni cambiano nei dettagli come accade spesso nelle narrazioni popolari, ma convergono su un nucleo comune: un’apparizione; un segno percepito come prodigioso ed una risposta umana sotto forma di costruzione votiva. Alcune fonti locali collocano l’episodio nella primavera del 1921 e parlano di persone impegnate nei campi che avrebbero visto la Vergine ed abbiano deciso di erigere una chiesa in suo onore: questa parte però, appartiene al piano della tradizione orale e della memoria condivisa più che a quello del fatto storico documentato in modo definitivo.
Il dato storico più saldo è un altro: la chiesa fu effettivamente costruita all’inizio del Novecento ma la sua vicenda si interruppe presto. Le schede ufficiali registrano un crollo parziale tra il 1940 e il 1945 ed oggi il monumento si presenta come una struttura aperta al cielo, priva di funzione liturgica e segnata dall’abbandono. La documentazione ministeriale non entra nel dettaglio delle cause mentre la stampa locale e le fonti divulgative parlano di un incendio del tetto e di una lunga parentesi nell’esecuzione dei lavori aggravata dalla morte del promotore dell’opera. Anche in questo caso è utile distinguere: il crollo è un fatto censito mentre la sua ricostruzione narrativa appartiene soprattutto alle fonti locali più tarde.

Dal punto di vista architettonico, la Madonna delle Cataste sorprende: non ha la forma consueta della piccola chiesa rurale rettangolare. Le descrizioni correnti la presentano come un tempietto a pianta centrale, letto talvolta come circolare, talvolta come ottagonale, scandito da otto arcate. Le fotografie confermano la forza di questa geometria essenziale: murature in laterizio, aperture ritmate, una struttura che oggi vive soprattutto nella sua nudità, nel dialogo tra architettura e paesaggio, tra costruzione e rovina: è proprio questa immagine, insieme fragile e solenne, ad averla resa negli ultimi anni oggetto di attenzione nuova.
La Madonna delle Cataste, infatti, non è solamente un relitto del passato ma sta diventando anche un laboratorio di futuro: negli ultimi anni il luogo è entrato nel discorso pubblico locale come spazio da recuperare, valorizzare e restituire alla comunità.
Un segnale importante è arrivato nel 2025, quando il progetto Reuse Italy ha promosso un concorso internazionale per immaginare il riutilizzo del sito come teatro all’aperto e spazio per eventi culturali. In questa nuova prospettiva il rudere non viene cancellato né normalizzato, ma assunto come valore: la sua incompiutezza, la sua apertura al cielo, il suo isolamento nel paesaggio diventano elementi da reinterpretare e non limiti da occultare.
Questa possibile trasformazione è interessante anche da un punto di vista culturale più ampio. In Italia esistono migliaia di architetture minori dimenticate: chiese rurali, edicole votive, oratori, case coloniche, manufatti agricoli. Spesso sono troppo piccoli per entrare nei grandi circuiti turistici e troppo fragili per sostenersi da soli. La Madonna delle Cataste mostra invece che anche un bene marginale può tornare a generare senso a patto che venga letto non come scarto ma come nodo di relazioni: tra memoria e progetto, tra comunità e territorio, tra tutela ed uso contemporaneo.
Il suo fascino, in fondo, sta proprio qui. Non è un monumento compiuto e non racconta la trionfale continuità della storia bensì la sua interruzione.
Non mostra il potere, ma la persistenza. È un luogo nato da una devozione popolare fermato da eventi che ne hanno spezzato il destino e rimasto per decenni in una sorta di silenzio fisico e simbolico. Eppure, proprio quel silenzio oggi torna a parlare: parla del rapporto tra gli abitanti ed il loro paesaggio, parla di una religiosità contadina che costruiva luoghi con ciò che aveva: fede, fatica, materia povera, parla anche del nostro sguardo contemporaneo sulle rovine, sempre in bilico tra nostalgia estetizzante e desiderio autentico di cura.

C’è poi un aspetto ambientale da non trascurare: l’area della valle dell’Ete Vivo in cui sorge la struttura rientra in un contesto idraulicamente delicato segnalato nella pianificazione provinciale di protezione civile per il rischio di esondazione in alcuni tratti del bacino.
Questo elemento aggiunge un ulteriore livello di complessità alla lettura del sito: la Madonna delle Cataste non è solo un oggetto architettonico, ma un punto immerso in una geografia fragile, dove storia, natura e vulnerabilità territoriale si intrecciano.
Oggi la Madonna delle Cataste può essere letta in almeno tre modi: è innanzitutto un bene storico tutelato con una precisa identità documentaria, è poi un luogo di leggenda in cui la memoria popolare continua a depositare il racconto di un’apparizione e di un gesto votivo ma è anche un dispositivo culturale contemporaneo, capace di attivare idee di riuso, immaginari artistici, nuove forme di presenza collettiva.
Forse è proprio questa poliedricità a renderla così magnetica. In un’epoca che tende a consumare velocemente i luoghi, la Madonna delle Cataste resiste come una domanda aperta: che cosa facciamo delle architetture incompiute? Come si custodisce una memoria che non è tutta archivio ma anche racconto, voce, paesaggio? In che modo una rovina può tornare a essere uno spazio vivo senza perdere la propria verità?
Nella valle dell’Ete, tra campi, acqua e mattoni, questo piccolo tempio senza tetto continua a porre la stessa domanda a chi passa: se un luogo nasce da un atto di fede e sopravvive come frammento, forse il suo valore non sta soltanto in ciò che è stato, ma in ciò che ancora può diventare.
