di Luigi Capano
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Recensione della mostra “Le origini dell’infinito” in corso nella Capitale e visitabile fino al prossimo 19 luglio. Un’esposizione che ricorda un protagonista della storia dell’arte in occasione dei centocinquant’anni dalla nascita.
Tristan Tzara, Eugen Ionesco, Mircea Eliade, Emil Cioran, Victor Brauner, Constantin Brâncuși: la Romania ha contribuito in modo sostanziale, con originalità e ingegno, a vivificare e ad orientare la cultura europea del Novecento. E come spesso capita, un anniversario – in questo caso, centocinquant’anni dalla nascita- può diventare un provvidenziale pretesto per rinfocolare, con ammirazione e gratitudine, il ricordo di un protagonista eminente della nostra storia comune. Una considerazione, questa, che ci ha invogliati a visitare la mostra “Le origini dell’infinito” dedicata a Constantin Brâncuși (Peștișani , Romania 1876- Parigi, 1957), con la curatela del direttore del Museo Nazionale d’Arte della Romania Erwin Kessler, e visibile ai Mercati di Traiano-Musei dei Fori Imperiali, fino al 19 luglio.

Addestratosi, alla Scuola di Belle Arti di Bucarest, sui modelli della scultura classica greca e romana, e attento alla tradizione artigianale dei Carpazi, sua terra natale, Brancusi, uno dei padri della scultura moderna, affinò la propria visione nel crogiolo avanguardistico parigino, nel primo decennio del Novecento, con la frequentazione di Auguste Rodin e di Medardo Rosso; e dove strinse amicizia con Marcel Duchamp ed Amedeo Modigliani. Il grande storico delle religioni Mircea Eliade fu sempre affascinato dalle “forme archetipiche” inventate da Brancusi, “un uomo per il quale la pietra esiste in modo ierofanico”, e scrisse di lui che “si accostava a certe pietre con la riverenza esaltata e al contempo ansiosa di una persona per cui un tale elemento era manifestazione di una potenza sacra, una ierofania”. (Eliade, “La prova del labirinto). Ci attendono una decina di opere, provenienti, quasi tutte, dal Museo Nazionale d’Arte della Romania, ad offrirci un sunto della poetica visionaria di questo grande artista. Apprendiamo che Brancusi non creava preliminarmente le sue sculture sotto forma di modelli in gesso da far poi realizzare ai suoi lavoranti in marmo, in bronzo o altri materiali, come era, ed è, consuetudine di moltissimi scultori, ma, con i suoi strumenti di lavoro agiva direttamente sulla pietra, sul metallo, da artigiano-demiurgo, levigando il marmo con magistrale accuratezza, lucidando il metallo fino a renderlo docile ai riflessi di luce.

E riusciva, così, laboriosamente, a trarre dalla materia grezza una forma che, pur mantenendo sempre traccia dell’ordinaria realtà, inclinava spesso all’astrazione. Ma un’astrazione non di maniera o di scuola: quasi, piuttosto, il segno percepibile della volontà di denudare, con i mezzi dell’arte, il più riposto nucleo germinativo del reale. E di offrirlo, come l’officiante di un antico rito, ai sensi ricettivi dei partecipanti.
