di Giacomo “nonnoatipico” Bertola
foto di Giacomo Bertola
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nonnoatipico torna a coinvolgere i lettori con le sue esperienze. Questa volta rimane nella sua Marche e in particolare il suo peregrinare motociclistico lo ha portato nei monti Sibillini, un luogo capace di suscitare molteplici sensazioni che nonnoatipico cercherà di trasmetteri con questo suo articolo.
Nel corso degli anni nel mio peregrinare motociclistico nei monti Sibillini vi è un luogo che mi ha sempre colpito suscitando in me molteplici sensazioni: il monte Sibilla.
Questo mi ha portato nel tempo ad approfondire questo senso di mistero e bellezza che trasuda da queste zone. Esistono numerosissimi documenti riguardanti questi monti che danno la possibilità di approfondire la conoscenza da molti punti di vista; è una situazione dalle mille sfaccettature che adoro pensare come una complicata ma stimolante sovrapposizione di situazioni; questi luoghi non possono essere approcciati senza entrare profondamente in questa molteplicità di visioni. La prima cosa da capire è che la grotta della Sibilla esiste davvero ma non coincide più con l’immagine che la leggenda ha consegnato al mondo: oggi nei pressi della vetta del monte il sito si presenta come un’ampia dolina di crollo ingombra di massi mentre le fonti antiche descrivevano un ingresso più riconoscibile ed accessibile. In altre parole: la montagna c’è, il luogo c’è, la memoria del suo accesso pure, ma ciò che vediamo adesso è il risultato di secoli di trasformazioni geomorfologiche e frane che hanno cambiato radicalmente la percezione visiva della cavità.

Ed è proprio qui che la grotta smette di essere soltanto una leggenda locale perché ciò che si trova sul monte Sibilla non è un semplice “posto misterioso”, ma un punto in cui si sono sovrapposti almeno quattro strati diversi: il dato fisico del sito, la costruzione letteraria del mito, la memoria sociale del territorio e la ricerca moderna che non ha mai smesso del tutto di chiedersi che cosa esista davvero sotto quelle rocce. È questo intreccio più che il fascino del mistero in sé a renderla uno dei luoghi più fortemente caratterizzati dell’ appennino.
Sul piano storico, la grotta entra con forza nella cultura europea nel quattrocento; il nome della Sibilla appenninica circola già in un sistema di credenze più antico e stratificato, ma sono due testi a fissarne la fama: il Guerin Meschino di Andrea da Barberino e soprattutto il racconto di Antoine de La Sale, che nel 1420 visita questi monti e consegna alla tradizione una delle descrizioni più influenti del sito e del suo immaginario. Da quel momento la grotta non è più solo un luogo dei Sibillini: diventa un episodio della geografia fantastica d’Europa.
Nel medioevo e nel primo rinascimento, la grotta ed il vicino lago di Pilato finiscono dentro un orizzonte culturale ancora più ampio, fatto di negromanzia, libri consacrati, riti proibiti, responsi e pratiche magiche. Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini ricorda che queste montagne erano conosciute in tutta Europa come regno di demoni, fate e negromanti e la Sibilla in questo contesto non è solo una figura profetica ma una sovrana sotterranea che tiene insieme eros, sapienza, dannazione e promessa; per secoli si sale verso di lei non come si sale ad una vetta ma come si cerca una soglia.
Ridurre tutto ad una invenzione letteraria sarebbe un errore. Il mito ha attecchito così a lungo proprio perché il paesaggio lo rende credibile. Il monte Sibilla, con la sua cresta netta, la “corona” rocciosa che cinge la sommità e l’area sommitale oggi franata possiede una teatralità naturale rarissima. La geologia non smentisce la leggenda bensì le dà materia. Gli studi geologici sui Sibillini hanno sottolineato che la grotta della Sibilla è la cavità più citata dalle fonti storiche dell’area nonostante il sistema carsico conosciuto dei Sibillini non sia ricchissimo di grotte degne di attenzione. In questo caso il mito non si appoggia ad un vuoto qualsiasi ma ad un luogo geomorfologicamente anomalo, visivamente forte e storicamente instabile.
Anche il modo in cui oggi si raggiunge la zona della grotta conferma questa impressione: i percorsi escursionistici ufficiali e le descrizioni del CAI la collocano lungo un itinerario di cresta impegnativo dove sono visibili i resti della grotta in prossimità della “corona” del monte Sibilla. Il sito dunque non è un fondale immaginario ma è una presenza fisica precisa incastonata in un paesaggio d’alta quota che continua ad offrire al visitatore la sensazione di trovarsi sulla soglia di qualcosa anche quando l’ingresso non è più leggibile come un tempo.
Il punto più delicato e più interessante è questo: la grotta non è stata cercata solo con la fantasia. È stata cercata anche con strumenti scientifici.
La prima campagna moderna ricordata con continuità dalle fonti divulgative e accademiche risale al 1968, quando il geologo Odescalchi, incaricato dall’Ente del Turismo di Ascoli Piceno, realizzò rilevamenti geoelettrici che individuarono anomalie compatibili con possibili vuoti oltre il vestibolo allora noto. Negli anni 1983-1984, Giuseppe Antonini del Gruppo Speleologico Marchigiano fu incaricato dalla Regione Marche di tentare di ritrovare quel cunicolo discendente lavorando sia sul piano di campagna sia nell’area della corona; l’impresa però non portò ad un accesso risolutivo anche per le condizioni operative estremamente difficili in quota.
Tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila, il progetto culturale Elissa riportò la Sibilla dentro una cornice interdisciplinare più ampia: non più solo caccia al passaggio segreto, ma intreccio tra storia delle religioni, geologia, antropologia, folklore e paesaggio. È dentro questa stagione che matura una delle letture più serie del caso Sibilla: non un enigma da smontare una volta per tutte, ma un oggetto complesso in cui la leggenda ha persino contribuito alla conoscenza geomorfologica del territorio.

Nel 2010 la Regione Marche ha formalizzato un protocollo d’intesa per la ricerca e la valorizzazione della Sibilla, coinvolgendo Regione, Provincia, Parco, Comunità Montana, Comune di Montemonaco ed un comitato scientifico con Soprintendenza, Università di Camerino e Centro Studi Tradizioni Picene. Il protocollo prevedeva esplicitamente approfondimenti storici, archeologici, antropologici ed ambientali, oltre ad un finanziamento regionale per il progetto “Il percorso della Sibilla”. È un passaggio importante perché segna l’uscita definitiva del tema Sibilla dalla nicchia del folklore: la grotta diventa oggetto di una strategia istituzionale.
La svolta più concreta degli ultimi anni arriva nel novembre 2018: le cronache specializzate e giornalistiche dell’epoca riferiscono dell’avvio di nuovi studi geologici e di un intervento di messa in sicurezza del sito, con l’obiettivo di capire che cosa esista dietro il fronte di crollo che oggi ostruisce l’antico accesso. Il progetto faceva riferimento a precedenti sondaggi geoelettrici che avevano individuato vuoti in prossimità dell’ingresso, interpretati come possibile conferma di un sistema ipogeo di estensione ignota. Erano previste trivellazioni di piccolo diametro e videoispezioni coordinate dal geologo Piero Farabollini, con Maurizio Mainiero alla direzione dei lavori e Tullio Bernabei per la documentazione video.
Questa è la notizia più importante e spesso meno compresa: la ricerca contemporanea non ha chiuso la questione, ma l’ha resa più seria: non siamo davanti a una leggenda “smentita” dalla scienza ma ad un sito in cui la scienza ha registrato elementi compatibili con la presenza di vuoti oltre la frana senza però arrivare, almeno nelle fonti pubblicamente accessibili, ad una riapertura completa o ad una descrizione definitiva del sistema sotterraneo. È il contrario della semplificazione: più si studia la grotta più la sua realtà fisica appare plausibile ed insieme difficile da conquistare.
Ed oggi? Che cosa si sta facendo davvero?
La risposta qui deve essere onesta: nelle fonti pubbliche facilmente reperibili non emergono aggiornamenti tecnici recenti altrettanto dettagliati quanto quelli del 2018 su nuove campagne invasive o su una riapertura dell’accesso. Quello che invece emerge con chiarezza è che a partire dal 2022 vi è un lavoro sempre più intenso di valorizzazione territoriale, lettura geoturistica, musealizzazione e promozione culturale dell’universo Sibilla.
Nel 2022 uno studio sul geo-itinerario dell’“Anello della Sibilla” ha proposto il percorso del Monte Sibilla come strumento per la rinascita dei territori colpiti dal terremoto, usando GIS, dati geomorfologici e contenuti storico-mitologici per costruire un modello di fruizione consapevole. Il punto è decisivo: oggi non si lavora solo su “dov’è il varco”, ma su come il paesaggio della grotta possa essere attraversato, raccontato e protetto in sicurezza. La ricerca si sposta in parte dalla cavità al sistema territoriale che la rende comprensibile.
Nel gennaio 2025 la conferenza regionale ha approvato il progetto di riparazione e miglioramento sismico del Museo della Sibilla di Montemonaco. Il museo, ospitato a Villa Curi e descritto come luogo di raccolta e comunicazione del mito e della storia del territorio, è ormai il principale presidio culturale stabile di questa vicenda: mentre la grotta resta fisicamente difficile, il suo archivio simbolico viene consolidato e rilanciato nel centro del paese.
Dal 2025 inoltre, Regione e struttura commissariale hanno legato sempre più esplicitamente il nome della Sibilla a progetti di slow tourism e di rilancio dei Sibillini. La convenzione “Slow tourism e benessere nei borghi dei Sibillini”, che coinvolge tra gli altri Montemonaco ed il lancio del progetto “Le terre della Sibilla” mostrano una direzione precisa: il mito non viene trattato come ornamento ma come infrastruttura culturale per contrastare spopolamento e marginalità delle aree interne. In questo senso “cercare la grotta” oggi significa anche cercare un nuovo equilibrio economico e narrativo per il territorio che la custodisce.
La forza della grotta fondamentalmente sta qui. Non è solo quello che sta sotto la montagna ma è ciò che la montagna continua a produrre sopra di sé: identità, racconti, cammini, musei, studi, economia della visita, orgoglio locale. La letteratura accademica sul mito della Sibilla insiste da anni sul fatto che questa figura riaffiori nella vita quotidiana dei Sibillini in racconti, manifestazioni, promozione territoriale e memoria diffusa; la grotta, anche quando non si apre, continua a funzionare socialmente: continua a dare forma e significato al territorio.

È anche per questo che la domanda “la grotta esiste davvero?” rischia di essere troppo semplicistica: esiste come sito geomorfologico, esiste come luogo storico, esiste come cavità probabilmente più estesa di ciò che oggi si vede anche se non completamente accessibile né definita pubblicamente nelle sue dimensioni; soprattutto esiste come fatto sociale: un’intera comunità montana continua a organizzare attorno a lei una parte del proprio lessico simbolico e del proprio futuro possibile.
Il vero punto probabilmente non è trovare il mito ma reggere la complessità.
La grotta della Sibilla non è interessante perché resta insoluta; la sua valenza è il fatto che costringe a tenere insieme dati che di solito separiamo: geologia e leggenda, ricerca e turismo, fragilità ambientale e desiderio di sviluppo, memoria colta ed uso popolare del mito. Nei Sibillini la grotta non è semplicemente nascosta: è attiva ed opera ancora come una forza che obbliga il territorio a raccontarsi ed a reinterpretarsi.
Ad oggi, dunque, tutto quello che si conosce della grotta si può riassumere così: il luogo è reale, ma il suo accesso storico è stato alterato da crolli; la sua fama nasce dal quattrocento ma si radica in una lunga stratificazione culturale; la ricerca scientifica ha individuato elementi coerenti con la presenza di vuoti oltre la frana, senza arrivare a una soluzione definitiva pubblicamente documentata; e il presente dei Sibillini ha deciso di non aspettare una rivelazione finale, trasformando comunque la grotta in un perno di cultura, cammini, musei e rinascita territoriale. In questo senso, la grotta della Sibilla non è solo sotto la montagna. È diventata il modo in cui una montagna prova ancora a parlare.
