C’è un luogo nel capoluogo piemontese che è legato all’opera del diavolo e al mistero, un luogo dove cronaca e leggenda si intrecciano. Un posto che non può mancare nell’itinerario dei cultori della “Torino magica”.

foto Giusi Virgilio

Il diavolo è una figura che ricorre spesso a Torino.
La sue effigie è presente, più o meno occultata, in tanti luoghi del capoluogo piemontese, specialmente sotto forma di mascheroni, che come è noto svolgono una funzione apotropaica, ossia tengono lontano il “male”, ovvero il malocchio, funzionando come deterrente a causa della loro spaventosità.
Basta camminare osservando con attenzione i palazzi del centro per scoprire queste immagine.
Tra questi mascheroni diabolici, ve n’è uno molto caratteristico lungo Via XX Settembre, collocato presso il civico n. 79.
Ma sulla stessa strada, al n. 40, all’angolo con via Alfieri, spicca un’altra “chicca occulta” della città, un luogo immancabile per i cultori della “Torino magica”: il Portone del Diavolo di Palazzo Trucchi Levaldigi, palazzo opera dall’architetto torinese Amedeo Castellamonte e, oggi sede di un istituto bancario, fatto costruire nel 1675 dal ministro delle Finanze di casa Savoia, Giovan Battista Trucchi conte di San Michele di Mondovì e di Levaldigi, per ospitare la Reale Fabbrica di Tarocchi.

Il portone, istoriato di figure occulte e ornato da un battente che riproduce una testa demoniaca, è ispirato alla carta n° 15 dei tarrocchi, appunto il “Diavolo”, ed è opera di un artista italiano, Pietro Danesi.
Si tratta di un portone completamente intarsiato con decorazioni animalesche metamorfiche, foglie d’acanto, fiori, mascheroni e teste di leone. Il battente bronzeo raffigura un Satana con corna e bocca spalancata da cui escono due serpenti che scrutano i passanti.
Nella colonna centrale vi è invece uno strano mostro che tiene il mondo tra i suoi artigli.
Nel lunotto superiore si vedono putti che schiacciano un mostro a tre teste.
Osservando bene il portone si potrà anche notare un “topolino” nascosto tra le decorazioni, un animale piccolo che riesce a insinuarsi ovunque ma anche simbolo dei poteri dell’oscurità.
L’intento del portone è ben chiaro: trasmettere simboli con significati ben delineati.

La leggenda racconta che il ministro, esasperato dalle continue dicerie sul suo conto, alimentate dal fatto che aveva fatto costruire tanti palazzi in pochi anni, con denaro di dubbia provenienza, che tutto ciò era opera addirittura del diavolo, pensò di giocare uno scherzo ai suoi concittadini, facendo giungere il portone già finito da Parigi, facendolo installare a notte fonda.
La mattina dopo, in molti asserirono che soltanto il diavolo poteva avere fatto un siffatto prodigio!
Questo palazzo fu oggetto di tante speculazioni e pettegolezzi fin dal suo nascere e fu luogo di alcuni delitti irrisolti, un qualcosa che rimane sospeso tra cronaca e leggenda.
Il primo si verificò alla fine del 1700: durante una festa in maschera (casualmente le scenografia della festa raffigurava l’inferno) venne assassinata con uno stiletto la prima ballerina, Emma Cochet. Il delitto restò impunito ma il fantasma di Emma si aggirerebbe ancora nella dimora.

il topolino

Un altro delitto avvenne nell’800, quando il palazzo venne adibito a caserma militare (ma il palazzo apparteneva a Marianna Carolina di Savoia). Un soldato – un certo Melchiorre Du Perril –  a cui era stato assegnato il compito di consegnare un dispaccio di una certa importanza, scomparve. Tutti pensarono a una diserzione ma vent’anni dopo, in occasione di una ristrutturazione, un muro venne abbattuto e nell’intercapedine si trovarono resti umani: dai brandelli dei suoi abiti si capì che appartenevano al soldato scomparso, probabilmente assassinato e occultato.
Storia, leggenda, dicerie, fatti strani: sta di fatto che ogni volta che sono a Torino e passo davanti al portone del diavolo non posso che fermarmi ad osservarlo e, ogni volta, ho l’impressione di scoprire qualcosa di nuovo.
E se passate davanti al portone vi invito a osservarlo e a cercare il topolino.