Lunedì abbiamo anticipato la notizia relativa alla mostra che l’antiscultore Silver Plachesi terrà a Busto Arsizio (VA). Oggi accogliamo un interessante approfondimento sul lavoro dell’artista che ci viene proposto dalla curatrice della mostra, nonché poetessa e redattrice della nostra rivista, Maria Marchese.

Il 23 Settembre, alle ore 18.00, presso la Cappella del CDD - Centro Diurno Disabili “Belotti Pensa”, in via Lega Lombarda n’14, nella città di Busto Arsizio (Va), si inaugura la mostra personale “È tempo di te a Dalìce”, dell'antiscultore bergamasco Silver Plachesi, la cui parte curatoriale e grafica è stata seguita dalla poetessa e curatrice comasca Maria Marchese. Silver Plachesi si autodefinisce antiscultore, poiché, per realizzare le sue creature plastiche, anziché togliere, come è consuetudine, dall’unisono, raccoglie quelli che, per la massa,sono ritenuti scarti, in quanto non rispecchiano più i canoni del socialmente utile o accettabile, legandoli, tra loro, attraverso un sottile gioco/giogo di equilibri. Dalìce nasce da un’intuizione subitanea, quasi il tempo di uno schiocco di dita, che sposa le sue pienezze scultoree, in particolar modo due opere, che “ritraggono” Salvador Dalì, con le litografie,realizzate, da quest’ultimo, negli anni ’30, e che concretano i tratti di “Alice nel paese delle meraviglie”, di L. Carroll,con le vicende, appunto, ivi, narrate. Ancor prima che terminasse l’esperienza espositiva Dalìce, tenutasi a Serravezza, dal 2 al 19 Giugno 2022, Silver Plachesi aveva già deciso che sarebbe stato importante costruire nuove pagine artistiche, sviluppando, indi, l’architettura della favola. Con Dalìce, infatti, l’artista apre un aleph, addentro uno spazio giocoso e altresì complesso, in cui valori compositivi, sociali, umani, filosofici, culturali… rimettono, al centro, l’arte, come strumento per “educere” , tirar fuori, guidare.

“Sentii, giunto all’ultima pagina, che la mia narrazione era un simbolo dell’uomo che io ero mentre la scrivevo, e che, per scriverla, avevo dovuto essere, e che, per essere quell’uomo, avevo dovuto scrivere quella storia”
Aleph J. L. Borges
In questa affermazione, lo scrittore argentino ammanta, in maniera eccelsa, la sensatezza di ciò che accade, mentre si dà voce ad una racconto:esso parla, via via, dell’autore e della sua personalità; Borges,inoltre, definisce l’ “aleph” , come “luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”.
Allo stesso modo, l’artista bergamasco manifesta se stesso, attraverso la stesura di Dalìce, e, medesimamente, celebra la fondatezza di una stratificazione multidisciplinare, che merita di essere sviluppata, nell’ottica di addivenire a inediti, preziosi, apolidi insegnamenti estetici e concettuali, che si vivificheranno, così, in veri e propri microcosmi favolati.
Da Dalìce, quindi, “rubiamo” il momento erratico del tè…
“È sempre l’ora del tè, e negli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze”
Cappellaio Matto
Che tempo è, quindi, quello che si inaugurerà il 23 Settembre?
Quel “te” indica l’aromatica foglia e il pronome: istanti “relativi” (anche qui da assolversi in maniera bivalente) , sacri, salvifici e curativi, come la pozione, per il corpo, per l’anima e per la mente, nonché momenti dedicati a sé stessi, per crescere, maturare… anche dedicandosi all’altro.

Apre questa mostra “Dalì, il gatto e la farfalla”.
In quest’opera, Silver Plachesi conferma, come caposaldo,la valenza del tempo: un orologio “tres charmant”, ne costituisce la base, infatti, uno fregia l’occhio dell’artista spagnolo,e, ancora, un altro si scioglie sulla spalla del protagonista.
L’importanza del sostegno fa pensare ad vassoio, quasi votivo, che avvolge la concezione di tempo e il rituale del tè, qualicontenitoriemozionali e sperimentativi; lo sguardodi Dalì, incorniciato da due importanti e ferree virgole, è caratterizzato da due “difformi visioni” , che trovano consapevolezza, allora, in quella rivolta alla realtà fisica, e, all’opposto, in quella che abbraccia lo scorrere di momenti alternativi.
Questa volta, anziché il gallo, l’antiscultore accompagna “al pieno dandy”, con impeccabile cravatta e panciotto, un gatto e una farfalla.
Il ramato vello “ammorbidisce” la fermezza della lega, mentre sfumature feline ne raccontano la natura selvatica, così come un prezioso collare alligna l’animale ad una classe sociale privilegiata.
L’essere vivente diventa rappresentativo, quindi, di predisposizioni umane…

Salvador Dalì, infatti, si accompagna al proprio ocelot colombiano Babou: lo porta al guinzaglio e lo contraddistingue con un monile di diamanti. Egli vi è legato, quanto Alice lo è al suo amato gatto Oreste, quanto Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, al proprio cane Chow Chow Jofi. Se l’ocelot è una specie, principalmente, notturna, molto territoriale, che combatte, ferocemente, nelle controversie territoriali, Jofi viene, così, chiamata, dal noto professionista, poiché quel nome significa “va bene, va tutto bene” e Alice scandisce, con il Cappellaio Matto, il nome “O res te” , perché questo si senta sereno, pensando, costantemente, al suo momento prediletto e perché il suo gatto è sempre presente, al momento pomeridiano del tè, con la sorella. Nella favola, però, Oreste diventa il gatto del Cheshire (ai tempi di Carrol c’era un modo di dire inglese “To grinlike a Cheshire cat” , che significa “Sorridere o sogghignare, come un gatto del Cheshire” , quindi sorridere, scoprendo completamente i denti). In Dalì Atomicus (1948), ben tre gatti intervengono nello scatto; Halsman s’ispirò alla Leda Atomica, ma, a differenza del dipinto, il fotografo internazionale voleva che tutti gli elementi della fotografia fossero catturati, in equilibrio, a mezz’aria. Ciò richiese una lunga, elaborata preparazione… Il risultato finale, figlio di innumerevoli docce e lanci di gatti, fu pubblicato dalla rivista Life.

Dalì Atomicus fu anche un primo esempio di una pratica, che Halsman chiamò poi “jumpology”: solo durante l’atto del saltare, secondo l’artista /fotografo, l’individuo rivela se stesso, per ciò che è.
Silver Plachesi celebra, ne “Dalì, il gatto e la farfalla” , una sinergia plastica, che è stretto connubio tra estetica, arte, psicoanalisi, inconscio, ironia, linguistica e favola.
Una lieve farfalla, le cui ali di ferro sono ricamate da precisi vuoti, “seduce” il senso, della leggerezza, dell’anima e della trasformazione. Noti sono i capolavori, in cui Salvador Dalì contempla e l’orologio e la farfalla come traduzione metafisica di diastemi sottili e sotterranei, da “La persistenza della memoria” a “Paesaggio con farfalle” a “Veliero con farfalle” .
Da “Dalì, il gatto e la farfalla”, Silver Plachesi compie, d’emblèe, un salto quantico, addentro un diacronico spazio esperienziale, nel quale coesistono il compimento artistico e quello della favola, dipingendone i pieni versi come un moderno Salvador Dalì: segue, quindi, come Alice, il Bianconiglio, e suggella, in Dalìce, l’eternità del Tea time.

L’artista bergamasco invita, per primo, a questo evento, il Bianconiglio.
“Povero me! Povero me! Arriverò in ritardo”
Bianconiglio
Candido, elegante e composto, nel suo porporine, arabescato gilet, altresì intellettuale e preciso, munito di occhiali da lettura e orologio, la creatura ha una pacifica gravità, seppure, nella favola, conservi l’inquietudine, causata dalla paura di essere sempre in ritardo, che lo spinge ad ingaggiare una continua e forsennata corsa contro il tempo; essa non gli consente di ascoltare, o meglio, asseconda la sua volontà di non farlo. Il Bianconiglio, infatti, rappresenta la figura dell’anziano, l’età avanzata, che entra in conflitto con la fanciullezza, indovata, da Carroll, in Alice.

Alla celebrazione di quest’incontro, La rana interviene come portatrice di una missiva: argentina e tonda, la livrea che indossa è fatta da preziosi ricami ferri. Grandi zampe,dai sottili e lunghi arti, la rendono pronta a compire, anch’essa, il medesimo salto, affrontato da Silver Plachesi.
“Invano ti affanni a bussare (…) , perché sto dalla stessa parte della porta in cui sei tu; (…) il tuo bussare avrebbe già più senso se la porta stesse tra me e te. Per esempio, se tu fossi dentro, potresti bussare e io ti farei uscire”.
Valletto Rana
Quello che afferma il Valletto Rana, per quanto banale possa sembrare, è espresso, anche, da un postulato alla base della geometria euclidea: il postulato di partizione del piano.

La relatività del tempo “partecipa”, a questo particolare impegno sociale, apparendo, nelle vesti del “Turbovolatile” e della “Tartaruga”. L’ossimoro tra lenezza e lentezza si manifesta,quindi, in due sculture, che suggeriscono, per le fattezze, donate loro dal creatore, per l’appunto, la fuggevolezza, la precarietà, l’arguzia, e, al contrario, saggezza, solidità e calma. Il Turbovolatile è aerodinamico: un lungo e filiforme becco conclude il minuto volto, mentre un “motore a elica”, posto nella parte posteriore, termina la sua figura. Gli apici, donatigli dall’artista, nonché i colori, con cui accende alcuni dettagli, rosso e blu, fanno pensare, rispettivamente, ad un essere capace di frangere l’aria, di “pungere”, in grado di spostarsi, in maniera subitanea, con grande energia. Affianco a quest’ultimo, “fa sedere” la testuggine, la cui corazza è profumata di linfa e terra, e la cui compostezza, infonde l’idea della riflessione, all’oculatezza, ma anche della tristezza.
Con questi due personaggi, Silver Plachesi chiama, inoltre, a ruolo l’ironia, nascosta tra i giochi di parole, tanto amati da Carroll: subitanea e velata, essa permea e è perno dell’intera struttura della storia.

La tartaruga, indicata, nel racconto, come “Falsa Tartaruga, da cui nasce la “finta zuppa di tartaruga”, in “Alice nel paese delle meraviglie”, è rappresentata con la testa di un vitello; è un essere ibrido, quindi, che,con malinconia, racconta i tempi trascorsi alla scuola del mare, elencando le materie che studiava: mistero antico e moderno, disdegno, tiraggio, Reeling and Whriting, che significano barcollamento e contorcimento, ma, per assonanza, rimandano a Reading and Writing, cioè leggere e scrivere.
Il “nonsense” viene infisso, da Carroll, ovunque: sono allegri semi che, nel campo conoscitivo, diventano viva spinta al ragionamento non comune. La poesia del nonsenso è, senz’altro e prima di tutto, legata a outsiders di grande suggestione: a Toti Scialoja , Fosco Marini (Le Fanfole), a una autodidatta, tale Lina Schwarz, Breton, Queneau e di altri satelliti dell’Oulipo o di Tel Quel, di Borges …

«Manda Mirò, / non dir di no, / i libri rei / lascia di ebrei. / Ricerchi invano / posti a Milano, / solo tra i proci / mangi peoci» eccetera.
Eugenio Montale
Eugenio Montale è tra gli insospettabili autori, che attingono a queste follie linguistiche, iconoclasta e anarcoidi: i versi sopracitati sono acclusi ad una lettera, indirizzata all’amico Bobi Balzen, scritta nel ’38.
Secondo Italo Calvino, il “nonsense” è “una rivoluzione della mente”, secondo Giorgio Caproni è “il tempo della frana della ragione”: di fatto, Alice, nel corso del romanzo perde la fiducia cieca nell’autorità, rappresentata dalla sua educazione, scontrandosi, più volte, con l’assurdità del comportamento delle creature dei mondi dei suoi sogni, per addivenire a situazioni lontane dalla cosiddetta “normalità”, ma “magistrae vitae”.
È, poi, l’opera di S. Dalì “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio” a portare l’ “Ape” , nel contesto di “È tempo di te a Dalìce”: la tela, realizzata nel 1948, complessa composizione estetica subconscia, che lega, strettamente, nonché brillantemente, la psicoanalisi alla teoria evolutiva darwiniana, chiama a ruolo, ivi, la sua presenza.
L’elegante veste, color miele dorato e velluto nero, si posa,allora, sulla corolla di un prezioso fiore, per suggerne il nettare e, medesimamente, per “impollinare” le menti.
Scocca, ora, il momento erratico del tè…
La leggenda vuole che, nel 2737 a. C., una lieve foglia di tè cadesse, dall’albero, nella fumante acqua, custodita nella tazza dell’imperatore Shennong, che si era addormentato sotto la pianta, aromatizzandola: egli la bevve e ne fu inebriato!
L’amata foglia è parte integrante della quotidianità del popolo cinese come la legna da ardere, il riso, il sale… essa rappresenta, insomma, una necessità esistenziale.
È altresì un rito per il ciglio, una cura salvifica per corpo, mente e anima. Serba, tra le trame della preparazione della pozione stessa, le virtù della gratitudine, dell’incontro, della calma…
Attraversa, poi, le peripezie del mare, per approdare in Inghilterra, quale diletto elitario. Fu Anna Russell, Duchessa di Belford, ad accompagnare, con raffinate leccornie, l’appuntamento del tardo pomeriggio. L’idea stregó, quindi, la regina Vittoria, che ne fece un evento conviviale scelto, studiandone ogni minimo dettaglio, e trasformandolo, alfine, in un occasione mondana e aristocratica, per policromi scambi.

Silver Plachesi punta , infatti, punta le luci, su un atto, e teatrale e votivo, le cui protagoniste sono due sedute:
“Volando contro il sole” e “Un tuffo nel cielo in una notte di luna”
L’autore poeta, attraverso queste ultime, tanto il sogno diurno quanto la veglia notturna.
Nel 1988, Vincent Van Gogh spiegò, al mondo intero, quanto una sedia potesse esprimere di un contesto umano; umori dell’alba e, all’opposto, notti vaghi prendono possesso, rispettivamente, delle personalità dell’artista olandese e di Paul Gauguin, liquefacendosi nelle corrispondenti forme e nelle loro “vesti”. Divengono, allora, narrazione dei contesti sociali di appartenenza, dell’indole, delle radici, di croci e delizie, di conflitti interiori nonché dell’eloquenza del vuoto, concretatosi dopo il commiato.
Silver Plachesi non radica, invece, “questa scena” nel dolore, bensì la sublima in un sognante dittico scultoreo, ove l’ossimoro si dirime in lietezza e levità.
Ammanta “Volando contro il sole” con l’euritmia cromatica di una sorgiva alba, che sposa garza e legno. Alluna, quindi, un grande e tondo “volto”, nel meriggio di una inedita resurrezione. Esso rappresenta, nella volontà dell’artista bergamasco, il nucleo di un orizzonte conoscitivo ma anche il diastema spaziale, in cui la frugale araba fenice spicca il proprio volo. Silver Plachesi incanta, da sempre, frammenti lignei, esuli naufraghi, approdati, infine, spossati, sulla spiaggia e li conduce nella sua dimora; ivi, li accudisce sinché sono pronti per affrontare una nuova esistenza. Nell’opera, li concilia, sovrapponendoli, sinché, dopo “aver fatto all’amore, gemmano come una rinascita alare.
È parimenti complessa la composizione che realizza con “Un tuffo nel cielo in una notte di luna”, seducendo i pensieri dell’acqueo inconscio, i suoi tumulti e i marossi esperienziali come i cilestrini misteri del cielo, per capovolgerli, poi, donando, all’osservatore, la possibilità di ammirare e, nel contempo, riflettere. Intesse, allora, indome onde e un sorriso lunare; vivifica, tra essi, un terragno pesce, in cui trasla il desìo di rivalsa, di libertà oppure il valore dell’essere un outsider.
Silver Plachesi ribalta, per l’appunto, il senso del detto popolare “essere un pesce fuor d’acqua”, riconsiderandolo, infatti, un valore aggiunto.
Ad attendere, saranno poi Re, Regina, Carte soldato, la teiera, le tazze…
Matronale, quindi, presiede il convivio, la “Regina”: è una figura appesantita, quotidiana, ma regale, il cui abito è costituito da un frugale colapasta, che eguaglia, per misure, un importante seno; pregiati dettagli abbellano la “mise” , che culmina con un’altisonante corona, monile che ne sottolinea e le radici e il ruolo.
“Tagliatele la testa”
Regina di cuori
Dalì, come Plachesi, come Leonardo Sciascia, ne “Le favole della dittatura” , raddolciscono, con una fanciullina narrazione, l’amara pozione imposta dalla dittatura e dalla guerra.
L’intellettuale siciliano, Fedro e Orwell adottano un linguaggio scarno, seppur adatto ai bambini, offrendo, al lettore, una visione asciutta e irreversibile dello stato delle cose.
Alice rise: “È inutile che ci provi, disse; non si può credere a una cosa impossibile.
“Oserei dire che non ti sei allenata molto-ribatté la Regina. Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz’ora al giorno. A vote riuscivo anche a credere a sei cose impossibili prima di colazione.”
Alice e la Regina
L. Carroll rende la regina depositaria del sentimento dell’ira, che, nella realtà, non trova mai un riscontro, dal punto di vista pratico: nessuno, infatti, viene, invero, decapitato, durante la favola; questo scambio tra Alice e la Regina di cuori, peraltro, lascia presagire, anche, un lato amabile di quest’ultima.

“Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infame e tanti guai
che succedono per monno
tra le spade e tra li fucili
de li popoli civili”
Ninna nanna della guerra – Trilussa
Anche il paroliere romano Trilussa si rivolge al bambino e usa una formula scrittoria, fruibile dal mondo dell’infanzia, per denunciare le atrocità, commesse dal mainstream, per asservire il popolo.
Ho rubato alcune frasi della celebre filastrocca, per introdurre la “carta soldato”…
Silver Plachesi regala, alla sottile scultura, una posa tanto fiera quanto agguerrita, quasi solenne: a discapito del seme e della cifra che porta, il 3 di cuori, essa si mostra pronta ad eseguire gli ordini, sfoderando un acuminato strale; le linee essenziali contrastano, alfine, la ridondanza della classe aristocratica e intellettuale. Le carte soldato fanno parte del classico mazzo di carte a semi francesi, composto da picche, fiori, quadri e cuori. Carroll ha deciso, però, di assegnare un ruolo specifico ad ogni seme, attraverso la sua arma preferita: il significato stesso delle parole. Picche, in inglese Spades, può significare anche vanghe, per cui non è da escludere che esse siano i giardinieri di Wonderland; i Fiori, in inglese Clubs, ossia “mazze” o “bastoni”, sono, ovviamente, impegnati nella difesa del regno, i Quadri, invece, rammemorano le ricchezze e, infine, i cuori la parte emozionale.

Il tè è, ora, servito…
Silver Plachesi anima, allora, la “Teiera”: lo fa creando, con essa, la dorata dimora, per un topino impaurito, dall’espressione timida, che “sfonda” il coperchio, facendone il proprio copricapo, infisso, tra le grandi orecchie. Un rubicondo naso ne enfatizza la simpatia, mentre quel “giaciglio” è, nella realtà, un rifugio, che lo preserva dalle proprie paure.
C, cani, e G, gatti sono il suo incubo peggiore, tant’è che Alice trova ogni possibile stratagemma per evitare di nominarli direttamente.
“La mia è una storia lunga e Trista, e con la coda!
Il topo e Alice
Una poesia nel Paese delle Meraviglie…
Lewis Carroll compone una poesia, che assume la forma di una coda; colpisce, innanzitutto, perché sembra anticipare quelle idee che, più tardi, verranno teorizzate, in Italia, dal Futurismo, presentando proprio il caratteristico scomporsi della parola e della frase per diventare altro.
La forma e le numerose figure retoriche ricordano, anche, la corrente poetica dannunziana, in cui le parole si mischiano alla perfezione, con l’ambiente in cui sono pronunciate, o, in questo caso, scritte, ma altresì la poetica di Apollinaire. Infine, a suggellare questo carnevale di personalità, Silver Plachesi scegliela presenza dell’immancabile “Dodo”
«Il Dodo era solito andare in giro,
E prendere il sole e l’aria.
Il sole brilla ancora sul suo terreno natio –
Il Dodo non c’è più!
Hilaire Belloc
Un altro autore, che si avvicina al mondo dell’infanzia, descrivendo, mediante un linguaggio adatto al bambino, le manchevolezze della condizione adulta, è lo scrittore britannico Hilaire Belloc; in “The Bad Child’s Book of Beasts (1896), attraverso versi superficialmente ingenui, sottolinea le “brutture” umane, tra cui la scomparsa del Dodo.
L’antiscultore Bergamasco lo presenta, qui, nel suo massimo fulgore: postura fiera, piumaggio colorato di un caleidoscopio raffinato e impreziosito da rosse gemme, becco poderoso.
Il Dodo è, invero, una caricatura dell’autore: è una credenza popolare, che Dodgson abbia scelto questo particolare animale per rappresentare se stesso, a causa della sua balbuzie, che gli imponeva di presentarsi, accidentalmente, come “Do-do-Dodgson. Pare che questo difetto di pronunzia venisse meno, proprio quando egli interagiva con i più piccoli, probabilmente, perché essi lo mettevano a proprio agio. Il Dodo accoglie, in sé, le caratteristiche della persona sgraziata, i cui difetti lo fanno apparire come poco intelligente e avvenente.
È risaputo che il Dodo fuuna creatura realmente esistita; purtroppo, si estinse per colpa della cattiveria umana; la sua permanenza sulle isole Mauritius durò qualcosa come soli 70 anni. Gli fu attribuita una falsa stupidità, dovuta al fatto che non fu capace di sopravvivere ai cambiamenti, apportati dall’uomo, che modificò l’equilibrio dell’ecosistema: il disboscamento e l’importazione, da parte dei colonizzatori, di scimmie e maiali, misero in pericolo la sua nidificazione, che avveniva a terra. Non abituato ad essere attaccato, non slatentizzò la forza necessaria per preservar se stesso. Il becco, peraltro, era indispensabile per frangere la pelle del tambalacoque, il frutto di cui si nutriva, permettendo, a quest’ultimo, di riprodursi.
Ogni tazza di tè rappresenta un viaggio immaginario
Catherine Douzel
La scrittrice ben descrive, in questa breve affermazione, l’intensità sprigionata da una semplice tazza di tè; l’artista bergamasco la celebra in maniera altrettanto impegnata, imporporandola con un serto, ove s’intrecciano, come abbiamo visto, plurime significanze.
La forza di Dalìce risiede proprio in questa compenetrazione, capace di coinvolgere cultura, arte e gioco, seriamente.
Ci sono, ancora, molte altre pagine da scrivere di Dalìce…
“È tempo di te a Dalìce”
Silver Plachesi
a cura di Maria Marchese
23 Settembre/28 Ottobre 2022, presso la Cappella del CDD – Centro Diurno Disabili “Belotti Pensa” , via Lega Lombarda n’14, Busto Arsizio (Va)
Art curator: Maria Marchese
Graphic curator: Maria Marchese
Media Partners dell’evento:
Oubliette Magazine
Ottiche Parallele Magazine
Zoomonart.blogspot.com
Milano più Sociale
L’evento nasce col sostegno di Cooperativa sociale Società Dolce, della residenza di lusso estiva Marchese Houses, del progetto Cult&Culture,della Libreria Cardano, di Pavia, e dell’associazione culturale internazionale Art’sWings Forum, dell’artista e critica d’arte marocchina Khira Jalil.



