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Oggi vi proponiamo una interessante e profonda recensione dell’opera dell’artista Giovanni Luca Valea, recensione frutto della raffinata “penna” di Misia Mistrani, nuovo ingresso tra i collaborator della rivista. Il nostro è un invito alla lettura.

Nella generale riscoperta dei cantautori beneficamente innescata dalla proposizione al grande pubblico di Lucio Corsi, merita sicuramente una nota l’opera di Giovanni Luca Valea. Dopo la pubblicazione di tre raccolte di poesie con case editrici indipendenti del territorio toscano, Canzoni di rabbia, poesie d’amore (2016), Una Storia che credevo di aver dimenticato (2019) e Una rosa al Padrone (2021) si avvicina dapprima come autore al mondo della canzone. Ha all’attivo gli ep Iniziali (La Stanza Nascosta Records, 2021) e La disciplina del sogno (La Stanza Nascosta Records, 2023) e gli album “Canzoni” (La Stanza Nascosta Records, 2023) e Un ultimo bicchiere (La Stanza Nascosta Records, 2025). Quest’ultimo, prodotto e distribuito da La Stanza Nascosta Records di Salvatore Papotto, è stato preceduto dal singolo di lancio Dicembre, metà, accompagnato dal videoclip ufficiale (in anteprima esclusiva su Mescalina) per la regia di Marco Gambineri.

Durante il giorno Giovanni Luca Valea cerca – con Bukowski – di sopire il dolore versandogli addosso whisky e aspirando il fumo delle sigarette/e le puttane e i baristi/e i commessi del droghiere/non sanno che lì dentro c’è lui ma, di notte, subentra una salvifica incrinatura del côté scuro e maudit. Ecco che al Bluebird così grazioso da far piangere un uomo, che fa – non a caso – capolino nell’incipit del video di “Dicembre, metà”, vengono concessi vita e libertà. “Bluebird” (L’uccello azzurro) è una poesia di Charles Bukowski pubblicata per la prima volta nel 1992 nella raccolta “Last night of the Earth Poems” (Le poesie dell’ultima notte della Terra); quel Bukowski con il quale Valea sembra condividere una certa rabbia di stampo anarchico, l’irreprimibile flusso di coscienza e una irriducibile lealtà.
Tra gli echi di Un ultimo bicchiere sembra esserci anche la celeberrima “An die Melancholie” di Hesse, della quale il disco ripercorre la parabola, facendosi  cammino verso una tristezza ineludibile e che che, nello stesso tempo, è oasi di autenticità in tempi di gioie mistificanti ed esibite. Incursioni elettroniche e coloriture rock caratterizzano un lavoro ispirato e seminale: otto storie minime, dalla fibra fortemente poetica, a disegnare una tenace arte della rivolta. Il riferimento dichiarato è a Léo Ferré, alla sua (nella definizione di Macario), scia stellare, anatemica e catartica, che- lungi dallo spegnersi- irradia la penna di autori come Valea, capace di una poesia che gronda umori umbratili e sprazzi di luminosa redenzione, rabbia e speranza. La ricerca di salvezza è una costante della scrittura di Valea e forse dell’esistenza umana in generale; si fa supplica, si insinua tra tristezza e derive alcoliche, racconti di pescatori e prostituzione.

Signora Salvezza, gli ultimi cantano più piano/ o forse sono rimasti indietro e lontano /Mettici nel cuore una buona parola e nel cappotto una rosa, una viola…
In questi tempi così difficili una bellissima preghiera.