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Una passeggiata in motocicletta nella campagna marchigiana si trasforma in un viaggio tra antiche chiese, imperatori, monaci e vicende medievali poco conosciute.
Una delle mie abitudini, che potrebbe essere considerata una perdita di tempo, è quella di prendere la motocicletta ed andarmene a zonzo senza sapere esattamente dove finirò.
Naturalmente non è sempre così: ci sono viaggi che richiedono una preparazione accurata, itinerari studiati nei particolari e destinazioni che desidero raggiungere da tempo. Ma quando rimango dalle mie parti, nelle Marche, spesso preferisco lasciare che siano le strade a suggerirmi dove andare.
Qualche volta mi ritrovo a percorrere gli stessi tratti già fatti decine di volte, altre finisco in posti dei quali ignoravo persino l’esistenza; non sempre scopro qualcosa di interessante ma tutto sommato anche questo fa parte del gioco.
In una di queste occasioni mi sono ritrovato a girovagare lungo la valle del Chienti.
Una zona che, almeno sulla carta, dovrei conoscere piuttosto bene. Eppure mi capita ancora di accorgermi di particolari che probabilmente ho avuto davanti agli occhi per anni senza prestarvi la minima attenzione.
La valle, soprattutto nella parte più vicina alla costa, non è certo rimasta quella di un tempo. Superstrada, capannoni industriali, centri commerciali e nuove costruzioni occupano buona parte del territorio; basta però allontanarsi di qualche chilometro dalle strade principali per ritrovare scorci di campagna che conservano ancora qualcosa del loro aspetto originario.
Ed è proprio seguendo una di queste stradine, dalle parti di Casette d’Ete, che arrivo nei pressi di Santa Croce al Chienti.
Un imperatore in mezzo alla campagna

Conoscevo già questa antica basilica, ma questa volta mi sono fermato a guardarla con maggiore attenzione. Mi sono chiesto, per l’ennesima volta, che cosa ci facesse un edificio di quelle dimensioni, e soprattutto di quell’importanza storica, in mezzo alla campagna.
Da lì ho iniziato a fare una serie di considerazioni che mi hanno portato ben oltre la semplice visita ad una chiesa.
Perché, a pensarci bene, non è così normale trovare un’antica abbazia imperiale in un posto che oggi appare piuttosto isolato, circondato da campi coltivati e raggiungibile attraverso qualche strada secondaria.
Eppure, verso la fine del IX secolo, questo angolo della valle del Chienti doveva essere considerato tutt’altro che insignificante.
La tradizione vuole che il 14 settembre dell’887 l’abbazia sia stata consacrata alla presenza di Carlo III il Grosso, imperatore e nipote di Carlo Magno, e del vescovo di Fermo Teodosio.
Mi riesce sempre difficile immaginare questi personaggi nei luoghi che oggi frequentiamo normalmente, magari passando davanti a un edificio senza nemmeno rallentare.
Ma la vicenda non finisce qui.
Nel 968 Ottone I concesse al monastero un privilegio che lo sottraeva alla dipendenza del vescovo di Fermo, ponendolo sotto la protezione imperiale. Nei secoli successivi arrivarono altre concessioni, donazioni e conferme dei privilegi, fino ai tempi di Federico II.
Santa Croce arrivò così a possedere terreni e diritti distribuiti in buona parte della valle, diventando un centro di potere religioso ed economico di notevole importanza.
Una realtà ben diversa dall’immagine che offre oggi.
Naturalmente i monaci non erano soltanto uomini dediti alla preghiera. Dovevano amministrare proprietà, organizzare il lavoro agricolo ed occuparsi di tutte quelle attività necessarie al funzionamento di una comunità che aveva assunto dimensioni considerevoli.
Fra le testimonianze più concrete di questa importanza ci sono le concessioni imperiali, che riguardavano non soltanto la protezione del monastero, ma anche le sue proprietà e i suoi diritti sul territorio.
Non è difficile immaginare quanto potesse contare, in quei secoli, amministrare terre e rendite in una valle attraversata da vie di comunicazione fra la costa e l’interno.
Santa Croce, insomma, aveva un peso notevole. Rimane però una domanda: che cosa rendeva proprio questa valle così interessante per il potere imperiale?
La presenza del Chienti, le terre fertili e le vie di comunicazione fra l’Adriatico e l’interno appenninico offrono qualche prima indicazione.
Riprendo la motocicletta e continuo a percorrere le strade della zona.
Non molto lontano, nei pressi di Montecosaro Scalo, c’è un’altra chiesa che conosco, almeno esteriormente, e che mi sembra meriti una sosta.
Santa Maria a Piè di Chienti. E questa volta arrivano i monaci di Farfa

La chiesa, conosciuta anche come Santissima Annunziata, si trova praticamente a ridosso di Montecosaro Scalo, a poca distanza dal fiume.
Non è certo una chiesa sconosciuta, almeno per chi abita da queste parti, ma confesso che fino a qualche tempo fa non mi ero mai soffermato più di tanto sulla sua storia.
La prima cosa che colpisce sono le dimensioni: anche qui, come a Santa Croce, ci troviamo davanti a una costruzione importante certamente non paragonabile alle piccole chiese di campagna che si incontrano girovagando per la regione.
All’interno noto subito qualcosa di insolito: la disposizione su due livelli, il grande spazio absidale ed il percorso che gira attorno alla zona del presbiterio, chiamato deambulatorio, rendono questa costruzione decisamente particolare.
La prima testimonianza documentaria risale al 936 e riguarda una piccola comunità monastica dipendente dall’abbazia di Farfa, nel Reatino.
Farfa, per chi non la conoscesse, era uno dei più importanti centri benedettini dell’Italia medievale con proprietà sparse in diverse regioni.
Quel documento del 936, però, racconta anche una vicenda tutt’altro che edificante.L’abate Campone, coinvolto in una congiura contro il suo predecessore Raffredo, ricompensò un certo Ildebrando, che lo aveva aiutato, concedendogli un consistente patrimonio comprendente anche la chiesa di Santa Maria al Chienti.
Insomma, dietro quella che oggi appare come una tranquilla chiesa di campagna, troviamo addirittura una congiura monastica.
Non proprio l’immagine di pace e raccoglimento che normalmente associamo alla vita dei benedettini.
Nel corso dei secoli Santa Maria acquisì crescente importanza e, nel XII secolo, venne ampliata fino ad assumere sostanzialmente le dimensioni che conosciamo oggi. Due iscrizioni conservate nell’edificio collegano la ricostruzione al 1125 e all’abate farfense Adenolfo.
C’è anche una piccola curiosità che riguarda il nome: sebbene venga abitualmente definita abbazia, nei documenti di Farfa Santa Maria non riceve mai questo titolo; era una dipendenza della grande istituzione benedettina ma non un’abbazia autonoma.
E così, mentre osservo questa seconda costruzione, mi torna in mente Santa Croce.
Due edifici monumentali, distanti pochi chilometri, entrambi risalenti a un passato molto lontano ed entrambi collegati a centri di potere che si trovavano ben oltre i confini della valle.
A Santa Croce gli imperatori; qui i monaci di Farfa, con le loro proprietà e perfino le loro congiure.
Comincio a pensare che queste campagne, oggi attraversate soprattutto da automobilisti diretti al lavoro o ai centri commerciali, in passato dovessero essere molto più importanti di quanto si immagini.
Continuando a risalire il Chienti, non troppo lontano c’è San Claudio, con quelle due torri rotonde che la rendono immediatamente riconoscibile. Non ho particolari impegni: perché non andare a dare un’occhiata anche lì?
San Claudio. Un’abbazia senza monaci

Riprendo la motocicletta e, seguendo più o meno il corso del Chienti, raggiungo San Claudio, nel territorio di Corridonia.
Qui c’è una cosa che mi è sempre piaciuta: il lungo viale alberato che conduce alla chiesa; una specie di ingresso monumentale che già da lontano permette di scorgere le due caratteristiche torri cilindriche ai lati della facciata.
Un edificio davvero singolare con un’architettura che non somiglia molto a quella delle chiese che siamo abituati a incontrare nelle Marche.
La costruzione risale, nelle sue forme attuali, all’XI secolo e presenta una particolarità piuttosto rara: due chiese sovrapposte, una inferiore e una superiore collegate da scale e concepite per funzioni differenti.
Approfondendo la sua storia, però, scopro un particolare che non conoscevo.
Quella che tutti conoscono come Abbazia di San Claudio, in realtà, abbazia non lo è mai stata.
Sembra una contraddizione, ma i documenti storici sono abbastanza chiari: San Claudio era una pieve, una chiesa destinata alle esigenze religiose della popolazione circostante e non risulta che vi abbia mai abitato una comunità monastica.
Il nome di abbazia le sarebbe stato attribuito soltanto molti secoli dopo, probabilmente per l’importanza dell’edificio e delle proprietà agricole che lo circondavano.
A questo punto mi viene da sorridere pensando a quante volte, parlando di San Claudio, l’ho chiamata anch’io abbazia senza pormi il minimo problema.
C’è poi un’altra circostanza interessante: la chiesa apparteneva alla sfera di influenza del vescovo di Fermo. Secondo una ricostruzione storica, il piano inferiore era destinato ai fedeli, mentre quello superiore poteva svolgere la funzione di cappella vescovile.
Un’organizzazione decisamente particolare che aiuta a comprendere perché l’edificio avesse dimensioni e caratteristiche tanto inconsuete.
Ma la storia di questo luogo non comincia affatto con la costruzione della chiesa: proprio in questa zona sorgeva Pausulae, un’antica città romana ricordata anche da Plinio il Vecchio e diventata sede vescovile nei primi secoli del cristianesimo.Le indagini archeologiche hanno individuato nelle vicinanze tracce dell’abitato romano: un’altra testimonianza del fatto che queste campagne avevano una storia importante ben prima dell’arrivo dei monaci medievali.
E questo particolare mi fa tornare alla domanda che aveva cominciato a frullarmi in testa davanti a Santa Croce.
Che cosa rendeva la valle del Chienti tanto interessante?
Nel giro di pochi chilometri avevo incontrato un’abbazia protetta dagli imperatori, una chiesa dipendente dai potenti monaci di Farfa e ora una costruzione legata direttamente al vescovo di Fermo, sorta in un territorio già occupato in epoca romana.
Non proprio una concentrazione di edifici religiosi qualsiasi.
E poi mi viene in mente Chiaravalle di Fiastra. È poco distante, la conosco da tempo e, ormai, ho una ragione in più per allungare il giro.
Chiaravalle di Fiastra. Monaci, campi coltivati e qualche sorpresa

L’abbazia di Fiastra, fra Urbisaglia e Tolentino, è una meta piuttosto frequentata, anche per la riserva naturale che la circonda; il complesso monastico, con il chiostro e gli edifici annessi, conserva ancora buona parte della propria imponenza e permette di immaginare meglio, rispetto alle altre chiese incontrate, come potesse essere organizzata la vita di una grande comunità religiosa.
La fondazione dell’abbazia viene fatta risalire al 1142, quando Guarniero II, duca di Spoleto e marchese di Ancona, favorì l’insediamento di monaci cistercensi provenienti da Chiaravalle di Milano.
Qui arrivano i cistercensi, con un’organizzazione che, per certi aspetti, potrebbe ricordare quella di una moderna impresa agricola.
I monaci, infatti, non si limitavano a coltivare qualche orto per provvedere al proprio sostentamento. Gestivano vaste proprietà, organizzavano il lavoro nei campi, allevavano animali e amministravano strutture produttive che potevano trovarsi anche a notevole distanza dal monastero.
Le proprietà venivano suddivise in aziende agricole chiamate grange, affidate a un’organizzazione amministrativa ben definita.
A Fiastra ne furono realizzate sei.
Non male per un gruppo di religiosi che, almeno nell’immaginario comune, dovremmo pensare prevalentemente impegnati nella preghiera e nella contemplazione.
Naturalmente la vita spirituale rimaneva il fondamento della loro comunità, ma è evidente che dietro queste mura si svolgeva anche un’intensa attività economica.
E non era una questione di poco conto, perché nel giro di qualche generazione Chiaravalle di Fiastra riuscì ad accumulare proprietà e diritti su un territorio piuttosto esteso, diventando uno dei principali centri religiosi ed economici della regione.
Anche i materiali utilizzati per costruire l’abbazia hanno una storia: una parte proveniva dalle rovine dell’antica Urbs Salvia, la città romana che sorgeva poco distante.
Pietre e laterizi che avevano già fatto parte di costruzioni romane trovarono così una nuova collocazione in un monastero medievale.
Anche questo, a pensarci bene, è un modo piuttosto concreto di osservare come la storia di un territorio continui a sovrapporsi a quella precedente.
Fra le vicende dell’abbazia, però, ce n’è una che mi riporta alla prima sosta della giornata.
Nel XIII secolo Santa Croce al Chienti, proprio quella basilica dalla quale era cominciato il mio girovagare, fu aggregata al monastero di Fiastra. Un passaggio che segnò la fine della sua precedente autonomia.
La vicenda è documentata anche da una pergamena del 26 novembre 1266: papa Clemente IV confermò una sentenza nella controversia tra i due monasteri sui privilegi e sui redditi di Santa Croce, ormai aggregata a Chiaravalle.
Ripenso allora all’abbazia imperiale incontrata nella campagna di Casette d’Ete e a questo grande monastero cistercense. Due realtà apparentemente così diverse, che avevano finito per intrecciare le proprie vicende.
Il collegamento non era soltanto geografico.
E forse, senza averlo programmato, stavo cominciando a trovare qualche risposta alle domande che mi ero posto davanti a Santa Croce.
A questo punto mi ritrovo a pensare a come sia cominciata la giornata. Sono uscito in motocicletta senza una destinazione particolare e, percorrendo strade che conosco da anni, ho finito per interessarmi a vicende delle quali sapevo poco o niente.
La cosa che più mi incuriosisce è che tutto questo si trovi concentrato in una porzione relativamente piccola delle Marche.
Certo, la presenza del Chienti, le terre fertili e le antiche vie di comunicazione aiutano a comprendere perché questo territorio abbia avuto una certa importanza nel corso dei secoli. Ma non spiegano completamente come si siano sviluppate le vicende di queste quattro chiese, né i rapporti fra le istituzioni che le amministravano.
Per cercare di capirne qualcosa di più ci sarebbe ancora parecchio da leggere e, soprattutto, qualche altra visita da fare.
Mi viene anche da pensare a quante volte sono passato da queste parti senza soffermarmi più di tanto su ciò che avevo intorno. Non perché queste cose non mi interessassero, ma probabilmente perché, quando si frequentano abitualmente gli stessi luoghi, si finisce per considerarli quasi scontati.
E invece, dietro una strada di campagna, un edificio isolato o un vecchio muro, qualche volta si nascondono storie che meritano di essere conosciute.
Prima di rimettermi in viaggio do ancora un’occhiata all’abbazia di Fiastra. Mi rimane la curiosità di approfondire alcune delle vicende incontrate lungo il percorso e, soprattutto, di capire meglio i rapporti che legavano queste istituzioni religiose.
Avrò quindi una buona scusa per tornare a girovagare da queste parti.
Anche se, a pensarci bene, non ho mai avuto bisogno di una scusa per prendere la motocicletta.
