di Laura Calogero
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La nostra redattrice ha partecipato a un evento che si è svolto nei giorni scorsi all’Istituto Culturale Coreano di Roma che ha confermato il fenomeno globale dei K-drama e ci racconta con la sua solita puntualità questo interessante e intenso pomeriggio di approfondimento.

All’Istituto Culturale Coreano di Roma si è svolto un evento che ha confermato quanto i K-drama siano ormai un fenomeno globale capace di superare confini linguistici e culturali.
Il 17 aprile, il talk show “Il fascino dei drama coreani” ha acceso i riflettori sulla serie “Come si dice Amore?” (Can This Love Be Translated? ), offrendo al pubblico italiano un’occasione rara: entrare dietro le quinte della produzione e dialogare direttamente con le sue protagoniste creative.
L’evento ha visto anche la partecipazione dell’Ambasciatore Choon-goo Kim, che ha aperto l’incontro sottolineando il valore culturale di queste produzioni. La direttrice dell’Istituto Nury Kim ha invece evidenziato un obiettivo più ampio: trasformare il successo dei K-drama in opportunità concrete di collaborazione tra l’industria audiovisiva coreana e quella italiana.
Al centro dell’incontro, la regista You Youngeun e la produttrice Lee Hyunyoung hanno raccontato il lungo percorso che porta una serie dalla pagina allo schermo. Dalla sceneggiatura alla post-produzione, il processo si articola in fasi complesse: progettazione, pre-produzione, riprese e montaggio che possono richiedere anni di lavoro.
Nel caso della serie presentata, l’intero sviluppo ha superato i tre anni, con riprese effettuate tra Corea, Giappone, Canada e Italia.
“All’inizio eravamo preoccupati su come la serie sarebbe stata accolta dal pubblico italiano, ma i risultati ottenuti, sia in Italia che in Europa, ci hanno reso molto soddisfatti.”

Proprio l’Italia gioca un ruolo fondamentale nella narrazione. La produzione ha effettuato numerosi sopralluoghi tra Roma, Sicilia e altre città, fino ad arrivare alla selezione definitiva. Le location scelte, tra cui Civita di Bagnoregio, Montalcino, Siena e Perugia, non sono semplici sfondi, ma elementi narrativi che accompagnano l’evoluzione emotiva dei protagonisti.
In particolare, dalla zona di Civita di Bagnoregio, scelta non solo per la sua bellezza paesaggistica, ma anche per il suo valore simbolico: un luogo sospeso nel tempo, perfetto per rappresentare il viaggio interiore dei protagonisti. I borghi e i paesaggi toscani contribuiscono a costruire un’atmosfera intima e quasi fiabesca, in cui i sentimenti possono emergere con maggiore profondità.
“Era importante trovare un castello e un’ambientazione visivamente forte per il primo episodio.”
L’obiettivo dichiarato era trovare un equilibrio: valorizzare la bellezza dei luoghi senza oscurare l’intensità dei sentimenti raccontati. Una sfida tutt’altro che banale, soprattutto in un genere, quello romantico, dove l’emotività è il vero motore della storia.
“Con il progredire della storia, avevamo bisogno di luoghi che fossero belli, ma che non rubassero la scena ai sentimenti. Per questo abbiamo scelto luoghi che potessero accompagnare questa crescita senza sovrastarla.”
Ed è proprio sui sentimenti che i K-drama costruiscono la loro forza. Come emerso durante l’incontro, la loro unicità risiede nella capacità di sviluppare relazioni in modo graduale e dettagliato, spesso rallentando volutamente il ritmo narrativo per dare spazio alle emozioni. In Come si dice Amore?, ad esempio, il primo bacio arriva solo al decimo episodio: una scelta narrativa che punta più sulla costruzione emotiva che sull’immediatezza.
Uno degli elementi chiave del progetto è stato il casting, costruito con estrema precisione per dare credibilità emotiva alla storia.
Il progetto nasce da un’intuizione della sceneggiatrice, ispirata da esperienze personali e racconti di amici legati al mondo della traduzione e dell’interpretariato.

Il protagonista Joo Ho-jin è interpretato da Kim Seon-ho, che dà vita a un personaggio introverso, segnato da un passato complesso e incapace di comunicare apertamente le proprie emozioni, nonostante la professione di traduttore. La sua interpretazione si distingue per l’intensità e la capacità di trasmettere molto anche nei silenzi.
“Kim Seon-ho ha un range emotivo molto ampio: riesce a esprimere sentimenti profondi con grande autenticità.”
Al suo fianco troviamo Go Youn-jung nel ruolo di Cha Mu-hee, “Doremi”: un personaggio energico, emotivo e in continua evoluzione, che rappresenta una forza trasformativa all’interno della storia.
Completa il trio principale Sota Fukushi, la cui presenza rafforza il carattere internazionale della produzione e il dialogo tra culture diverse.
È presente anche un attore italiano, Alberto Mondi, scelto per il ruolo dell’amico del protagonista. Figura già nota al pubblico coreano, la sua presenza rafforza il dialogo interculturale che è al centro della serie.
“Avevamo bisogno di qualcuno che potesse rappresentare l’incontro tra Italia e Corea, non solo a livello linguistico ma anche umano.”
Durante l’incontro è stato sottolineato quanto la chimica tra gli attori sia stata fondamentale: nonostante i loro impegni, hanno lavorato intensamente insieme per costruire una relazione credibile e autentica.
Al centro della serie c’è un tema tanto semplice quanto complesso: la comunicazione. I protagonisti parlano lingue diverse, ma il vero ostacolo non è solo linguistico, bensì emotivo. Come spiegato durante l’incontro, l’obiettivo era mostrare come un amore autentico possa superare barriere apparentemente insormontabili.
Uno degli aspetti più affascinanti della serie è la scelta di trattare temi complessi, come il trauma.
“Non volevamo rappresentarlo in modo troppo realistico o oscuro, ma trasformarlo in qualcosa di poetico, quasi fiabesco.”

Come spiegato durante l’incontro, l’intento non era quello di rappresentare il dolore in modo crudo, ma di renderlo accessibile e comprensibile, senza rinunciare alla profondità.
Questo approccio permette allo spettatore di vivere un’esperienza emotiva intensa, ma allo stesso tempo delicata, in cui la sofferenza trova una possibilità di trasformazione.
Un altro elemento distintivo è la contaminazione di generi. Le serie coreane raramente si limitano a una sola categoria: romanticismo, dramma, commedia e persino elementi storici o psicologici convivono all’interno della stessa opera. Questo approccio ibrido le rende particolarmente accessibili a un pubblico internazionale, sempre più abituato a contenuti dinamici e stratificati.
L’intero processo ha richiesto oltre tre anni di lavoro. Le riprese, durate circa otto mesi, si sono svolte in diversi paesi, tra cui Giappone, Canada e Italia, con circa il 25% della produzione realizzato all’estero.
Un aspetto interessante emerso durante l’incontro riguarda il metodo produttivo. Se in passato, le sceneggiature venivano modificate in corso d’opera in base alle reazioni del pubblico. Oggi, invece, tutto viene pianificato prima della messa in onda.
“Questo permette una maggiore coerenza narrativa e una qualità più alta.”
Particolare attenzione è stata dedicata alla post-produzione, dove entrano in gioco elementi fondamentali come il montaggio, gli effetti visivi e soprattutto la colonna sonora, considerata uno degli strumenti principali per amplificare l’impatto emotivo delle scene. Anche gli outfit sono stati studiati per dare il giusto risalto alla personalità dei protagonisti. Così come Joo Ho-jin indossa abiti classici, formali, quelli di Doremi, sono colorati e alla moda.

L’incontro ha evidenziato anche come il panorama delle serie coreane sia cambiato negli ultimi anni. Oggi le produzioni sono sempre più internazionali, sia per i luoghi che per il cast e le collaborazioni.
Le barriere che un tempo rendevano difficile lavorare con attori stranieri sono ormai superate, e questo ha aperto nuove opportunità creative. La serie presentata è un esempio concreto di questa evoluzione, capace di unire sensibilità diverse in un unico racconto.
Non si tratta quindi solo di intrattenimento. Il successo globale dei drama coreani sta diventando uno strumento di dialogo culturale e industriale, capace di creare ponti tra Paesi diversi. L’evento romano ha offerto uno sguardo privilegiato su un mondo spesso lontano dal pubblico. Non solo una presentazione, ma un confronto diretto con chi costruisce queste storie.
Tra dichiarazioni, retroscena e curiosità, emerge con chiarezza un dato: il successo di queste produzioni non è casuale, ma nasce da un lavoro meticoloso, dalla cura dei dettagli e dalla capacità di raccontare emozioni universali.
E forse è proprio questo il segreto: storie che, pur parlando lingue diverse, riescono a farsi capire da tutti.