Oggi la nostra redattrice Giulia Quaranta Provenzano ci propone l’intervista a Lara Grillini. La cantante, con l’occasione, ha un po’ raccontata come si tiene arzilla ma anche cosa ritiene sia, e cosa no, l’arte…

Buongiorno! Vorrei iniziare col domandarti quando, come e soprattutto da quale motore interiore ha avuto origine il tuo viaggio nella Musica – ciò anche alla luce del tuo nome d’arte, nonché in primis soprannome, Laragosta (…al secolo, infatti, sei Lara Grillini). “Buongiorno Giulia! Mi sono avvicinata alla musica da prima ancora della mia nascita, quando papà metteva le cuffie sulla pancia di mia mamma per farmi ascoltare Keith Jarrett… poi ho iniziato a suonare il pianoforte a quattro anni d’età e a prendere lezioni di canto lirico a dieci. Ho cominciato invece a scrivere canzoni una volta sedicenne. Da tempo mi chiamano tutti Laragosta, è il mio soprannome, dunque non ho potuto non usarlo pure quale nome d’arte”.
Da piccola chi immaginavi di diventare “da grande” e che bambina sei stata? Da piccola ero un tipino molto particolare, ascoltavo musica totalmente diversa rispetto a quella dei miei coetanei e per questo motivo venivo presa in giro. Ho sempre voluto fare la musicista… e, in effetti, non facevo altro che cantare – tant’è che, alla scuola media, presi una nota perché mi distraevo dacché appunto cantavo in aula”.

Se dovessi assegnare un titolo alle fasi più significative della tua esistenza finora, quale colore e quale canzone assoceresti a ciascun periodo? “Ho attraversato tanti colori nella mia vita, diciamo pure che li ho conosciuti tutti e vissuti tutti insieme data la confusione e la rabbia che ho provato a causa di un evento traumatico che risale ai miei tredici anni d’età. Questa la situazione e le tinte in cui mi sono trovata fino a che non ho scritto la prima canzone interamente mia… il titolo è “Sulla mia pelle”e spero di poterla fare uscire a breve, poiché segna un punto di svolta per me. Dopo la scrittura di questo brano, ho ripreso in mano i miei giorni e sono andata in terapia… inoltre, ho iniziato un percorso musicale da solista. Il colore di tale fase è il fucsia perché ha carattere e personalità. Il singolo da abbinarvi non so dirlo in quanto, attualmente, sto ascoltando davvero troppa musica”.

Cosa rappresenta per te l’Arte e quale ritieni esserne il potere, nonché principale pregio e valore? Secondo la tua sensibilità, per ciò che ti concerne, ritieni che essa abbia più a che fare con l’intimistico “auto centrico”/autobiografico o maggiormente con il sociale-politico in senso ampio? “L’arte, per quello che mi riguarda, parte sempre da un qualcosa di autobiografico – ha cioè avvio da un “quid” personale, o meglio da un’esperienza che si sente impressa sulla propria pelle… così da esprimere un giudizio, condividere un messaggio oppure porre una domanda proprio in senso politico-sociale. Se una creazione non è in grado di fare ciò, rimane soltanto un’espressione artistica e non un’opera d’arte. Oggi mi pare che si parli di arte e di artisti con estrema leggerezza, ma in molti casi si è soltanto davanti a un buon (se non a un cattivo) utilizzo della detta espressione artistica. L’impacchettamento in un prodotto commerciale costruito, tuttavia, non è arte… per creare arte e per essere artisti, ci vuole autenticità”.
Nella musica – ad esempio nei videoclip – quale ruolo ti pare giochi l’immagine visiva, l’estetica, nel veicolarne il significato ma pure nell’essere, forse, almeno in parte e di primo acchito il “bigliettino da visita” di ciascuno di noi? Quanto “pesano” invece rispettivamente il testo, la melodia e la voce nelle creazioni che maggiormente apprezzi? “L’immagine è uno strumento che può aiutare a trasmettere il significato di un brano e la personalità di un artista, ma non solo… a volte può diventare parte, ossia un pezzo, dell’opera. Un esempio? Peter Gabriel. Credo poi che non ci sia alcuna componente più importante di un’altra in una canzone. È l’autenticità che si percepisce in un brano che fa capire se esso e l’artista sono veri oppure no. Il resto é soltanto questione di gusto personale… Io, difatti, ascolto anche musica che non rientra nelle mie preferenze ma che è autentica ed è questo quanto di più fondamentale”.

A proposito di talent – tu che nel 2012 hai superato i casting di X Factor, arrivando alla fase audition – e di social (link instagram clicca qui) , qual è il tuo pensiero al riguardo e con quale finalità ti ci approcci e li utilizzi? “I talent e i social sono degli strumenti che possono diventare utili quando dietro ad essi c’è qualcuno con un progetto consistente alla base e soprattutto quando si è in presenza di una persona con forte personalità… altrimenti si finisce, come si suol dire, bruciati”.
I ricordi, la pianificazione e la progettualità, la sperimentazione e l’osare quanto sono fondamentali nel tuo vivere e in che misura veicolano o meno il tuo quotidiano a livello artistico? Nella musica, di solito, ti sembra di seguire e consiglieresti di assecondare l’istinto oppure la razionalità? “Nella musica seguo sia l’istinto, sia la razionalità… li alterno in base al mio umore. Questo modo di procedere è molto utile, perché ogni fase della realizzazione di un’opera d’arte necessita di uno stato d’animo diverso”.
A proposito del tuo singolo “Giammaria Funk” (clicca qui) , puoi rivelarci la sua genesi e da quale “spinta” interiore e motivazionale è nato? “Il citato brano nasce da una breve frequentazione con un ragazzo di nome Giammaria. Ricordo che lui mi disse che non mi voleva creare altri problemi ma tanto quello, per me, era un periodo di svolta già pieno di problemi… stavo scrivendo tantissimo e, quindi, mi sono divertita un sacco a comporre anche questa canzone a lui ispirata e dedicata”.
È stato sottolineato che il tema del tuo brano “Giammaria Funk” è la noia, derivante dalla monotonia della perfezione. Tu credi davvero che esista la perfezione? E, poi, con quali situazioni esterne ed interne identifichi la noia? “Per perfezione intendo, ad esempio, tutto quello che ci fanno vedere gli influencer sui social… la loro “bella vita”, i canoni estetici dai quali si è spesso condizionati sia da un punto di vista fisico che del design e molto altro ancora… Io mi annoio quando tutte le cose vanno per il verso giusto, ma non c’è niente di veramente grande e sensazionale in esse… quando, ovvero, non c’è alcunché da raccontare. Queste fasi, che ogni tanto si verificano nella mia esistenza, durano davvero poco perché tendo sempre a crearmi dei problemi da poter risolvere. È proprio un mio meccanismo, l’ho scoperto andando in terapia”.

Infine hai spiegato che – ti cito, per te, i problemi non sempre rappresentano un qualcosa di negativo ma un’opportunità di cambiare. Assumere un aspetto differente per quale motivo, per sé, per gli altri? Perché qui mi pare potenzialmente sottile il confine tra verità e ciò che in qualche modo se ne distanzia, tra piacere e piacersi, tra riflettere argomentativamente e concessivamente… “Io ho bisogno di problemi per andare avanti, anche nella coppia. Quando sembra tutto tranquillo, metto sul tavolo un bel problema da affrontare ed ecco che si ricomincia ogni cosa da capo!”.
