Tempo di lettura: 7 minuti – 1343 parole
nonnoatipico nel suo “vagabondare” ha diretto il suo interesse a un’eccellenza che è attualmente in corso fino al prossimo mese di maggio nella sua provincia. La mostra del celebre fotografo statunitense che il nostro “nonno” ha visitato e che ci racconta condividendo le sue sensazioni.
eguendo la mia ricerca del “bello” vicino alla porta di casa, mi sono recato a Fermo ad ammirare la mostra dedicata al grande fotografo americano Steve McCurry ospitata al Palazzo dei Priori fino al 4 maggio 2025.
La mostra è promossa dal Comune di Fermo con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo e l’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo con Biba Giacchetti come curatrice.
Vi sono esposte oltre cinquanta fotografie realizzate nell’arco di quasi cinquant’anni di carriera.

Da buon pensionato, sono andato in un giorno feriale ad un orario nel quale le attività sono ancora aperte ed ho notato con gioia una notevole partecipazione di visitatori a riprova della valenza della manifestazione.
Come sempre non mi addentro in dissertazioni dotte (che non mi appartengono) sulle opere presentate ma mi limito a condividere le sensazioni che la vista di queste fotografie mi hanno procurato.
Niente di più empatico ed emozionante vi è del tema della mostra che traccia un percorso sull’infanzia ritratta in scene di vita quotidiana in varie parti del mondo: si attraversano paesi come India, Birmania, Tibet, Afghanistan, Libano, Etiopia e Cuba.
Come spiega la curatrice Biba Giacchetti: “ogni immagine oltre uno spaccato delle condizioni sociali più disparate, rivelando una condizione umana universale fatta di sentimenti comuni e sguardi che affermano la stessa dignità. Incontriamo bambini profughi e lavoratori, giovani che trasformano un cannone arrugginito in un gioco, che rincorrono un pallone sotto la pioggia, che creano musica con chitarre fatte di materiali di scarto. Bambini che vivono nelle grandi metropoli o nei villaggi più remoti, protagonisti di storie di gioia ed aggregazione, solitudine e resilienza, solidarietà e stupore”.
Steve McCurry è uno dei fotografi più celebri ed influenti del nostro tempo.
Nato a Filadelfia nel 1950, ha costruito una carriera straordinaria grazie alla sua capacità di raccontare storie attraverso immagini iconiche e potenti.
Con un occhio straordinario per la composizione ed il colore, il suo lavoro ha attraversato culture, conflitti e tradizioni lasciando un’impronta indelebile nella storia della fotografia contemporanea.
McCurry ha viaggiato in oltre 50 paesi, documentando culture e situazioni spesso drammatiche.
Ha coperto conflitti in Afghanistan, Iraq, Libano, Cambogia e molte altre aree di crisi, sempre con un approccio che unisce empatia e competenza tecnica.

Le sue immagini sono caratterizzate da un uso magistrale della luce naturale, da colori vibranti e da una straordinaria capacità di catturare l’essenza umana.
La sua dedizione al fotogiornalismo gli ha permesso di ritrarre la realtà in modo autentico e coinvolgente, mettendo in evidenza sia le tragedie che la bellezza della condizione umana.
Il lavoro di McCurry è noto per il suo utilizzo sapiente del colore e della composizione.
I suoi ritratti, spesso in primo piano e con sfondi suggestivi, raccontano storie complesse in un singolo scatto.
Preferisce lavorare con la luce naturale e utilizza principalmente fotocamere digitali e pellicola Kodachrome, quest’ultima ormai fuori produzione ma celebre per la sua resa cromatica intensa e dettagliata.
McCurry ha sempre sottolineato l’importanza della pazienza e dell’osservazione nel suo processo creativo, attendendo il momento perfetto per catturare immagini cariche di emozione e significato.
Nonostante il suo successo, McCurry non è stato esente da critiche.
Negli ultimi anni, il fotografo è stato al centro di polemiche riguardanti l’uso della post-produzione e della manipolazione digitale nelle sue immagini.
Alcuni esperti del settore hanno sollevato dubbi sulla sua etica fotografica, sostenendo che alcune delle sue fotografie siano state alterate digitalmente per migliorare la composizione o l’impatto visivo.
McCurry ha risposto alle critiche affermando che il suo lavoro si colloca a metà tra il fotogiornalismo e l’arte visiva, ponendo l’enfasi sulla narrazione piuttosto che sulla mera documentazione della realtà.
Nel corso della sua carriera, McCurry ha ricevuto numerosi premi, tra cui la prestigiosa Robert Capa Gold Medal.

Il suo lavoro ha influenzato generazioni di fotografi e continua ad ispirare chiunque desideri raccontare storie attraverso le immagini.
I suoi libri, come The Unguarded Moment, Portraits ed Afghanistan, raccolgono alcune delle sue opere più iconiche e rappresentano una testimonianza visiva straordinaria del nostro tempo; inoltre, McCurry ha tenuto numerose mostre fotografiche in tutto il mondo consolidando ulteriormente il suo ruolo di icona della fotografia contemporanea.
Steve McCurry non è solo un fotografo, ma un narratore visivo che ha dato voce a persone e luoghi spesso dimenticati.
Il suo contributo alla fotografia documentaristica e artistica è inestimabile, e le sue immagini resteranno impresse nella memoria collettiva per generazioni.
Attraverso il suo obiettivo, il mondo appare in tutta la sua complessità, bellezza e vulnerabilità, ricordandoci la potenza di una singola immagine nel raccontare storie profonde ed emozionanti.
Spiega Steve McCurry: “Ho avuto il grande privilegio di fotografare i bambini di tutto il mondo e ora che ho una figlia anch’io apprezzo ancora di più la loro energia, la loro curiosità, le loro potenzialità. Nonostante il contesto difficile in cui molti di loro nascono, i bimbi hanno la capacità di giocare, sorridere, ridere e condividere piccoli momenti di gioia. C’è sempre la speranza che un bambino possa crescere e cambiare il mondo”.

I bambini immortalati da McCurry, pur diversi per etnia, abiti e tradizioni, condividono la stessa energia inesauribile, la gioia di vivere e la capacità di giocare anche nei contesti più difficili, spesso segnati da povertà, conflitti o condizioni ambientali estreme.
McCurry si concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano.
Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana.
Dichiara: “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.
La fotografia più famosa di McCurry è senza dubbio La ragazza afghana, scattata in un campo profughi in Pakistan nel 1984.
L’immagine di Sharbat Gula, con i suoi occhi verdi penetranti e lo sguardo intenso, è diventata un simbolo universale della soGerenza e della resilienza umana.
Pubblicata sulla copertina del National Geographic nel giugno 1985, questa fotografia ha contribuito a definire la carriera di McCurry e a sensibilizzare il mondo sulle condizioni dei rifugiati afghani.
Anni dopo, McCurry è riuscito a ritrovare Sharbat Gula, rivelando il suo destino e continuando a documentare la sua storia.

Indubbiamente le immagini che vengono presentate nella mostra sono estremamente coinvolgenti e ne sono rimasto estremamente colpito.
Immagini bellissime dalla tecnica sopraffina che rapiscono per i dettagli e per le situazioni rappresentate.
Ho visto con estremo interesse un video presentato in una delle sale riguardante il fotografo nella sua vita professionale durante vari suoi reportages in giro per il mondo.
Osservando queste fotografie confesso di avere pensato alle critiche che vengono rivolte a McCurry e delle quali ho riferito precedentemente; effettivamente sono così perfette che un poco perdono la caratteristica di fotografia “rubata” nel momento ed acquistano contemporaneamente la dignità di ritratti con il soggetto in posa.
Sinceramente la mia indole mi spinge verso fotografie più spontanee ma, in ogni caso, sono immagini così sublimi da fare perdere il senso del tempo nell’ammirarle.
Ritengo che questa operazione sia stata altamente meritoria nei confronti della popolazione con l’auspicio che queste iniziative vengano sempre più proposte in quanto contribuiscono alla percezione diffusa del “bello” che indubbiamente aiuta ad incrementare la qualità della vita
