Riceviamo e pubblichiamo
Tempo di lettura: 7 minuti - 1344 parole

Una piccola guida a quelle valli definite, in un gergo comune ma piuttosto superficiale, “minori”, ideali per chi parte alla ricerca di quiete e introspezione, intervallate da piccoli attimi di meraviglia.

Quando si parla di Valle d’Aosta, la regione più piccola e più alta d’Italia che ha il concetto di “valle” nel nome, si fa presto a distinguere tra valle “principale” e valli “minori”, identificando la prima con il percorso della Dora Baltea dai piedi del Monte Bianco al confine piemontese, mentre le seconde con le circa dieci valli con affluenti, sulla destra e la sinistra orografica del principale corso d’acqua della regione. La Val d’Ayas, la Valtournenche, la Valle del Gran San Bernardo o la Valdigne, per intenderci. Tutto qui? Non esattamente.
Per cominciare, molte di queste si dividono a propria volta in una moltitudine di combe e valloni, che complicano non poco il lavoro di chi, con uno sguardo abituato a guardare le montagne come sfondo di una pianura sconfinata o come gita domenicale, si accontenta dei concetti come valli maggiori e minori.
E come Val d’Aosta, una valle che non esiste e un consueto errore ortografico commesso, a volte, anche dai valdostani stessi. Per Valle d’Aosta, infatti, non s’intende una singola valle, ma tutto questo complesso sistema a lisca di pesce, l’insieme di tutte le valli sopra descritte.

Esistono, invece, valli più o meno conosciute e visitate

E su quest’ultime ci concentreremo. Valli minori” tra le minori, minori nell’attenzione ricevuta dai media mainstream, minori nei numeri e nelle statistiche turistiche, dove è raro trovare degli influencer in azione e che è raro trovare nell’immaginario della stragrande maggioranza delle persone che scelgono la montagna come meta delle proprie vacanze.
Ma non nell’interesse per la natura, per gli animali, per la magnificenza delle vette altissime che si stagliano verso alcuni dei cieli più limpidi del nostro Paese, in una cultura culinaria a cui mancherà qualche stellina nelle graduatorie di chi valuta i contesti enogastronomici più diversi con parametri identici, ma non il vero carattere della cucina delle Alpi, che conosce regole tutte sue.
Ecco alcune di queste valli, un buon inizio da cui partire alla scoperta di moltissime altre.

Valle di Rhêmes – Parco Nazionale del Gran Paradiso: fauna, cammini, rifugi veri

C’è un momento, salendo lungo la Valle di Rhêmes, in cui ci si rende conto che il silenzio non è assenza di suono, ma presenza di qualcos’altro. È la montagna che smette di essere scenografia e diventa contesto. I rifugi qui sono rifugi nel senso pieno del termine: luoghi dove ci si ferma perché fuori fa freddo o sta scendendo la nebbia, non perché trasformati in destinazioni gastronomiche. I sentieri seguono logiche antiche, quelle dei pastori che per secoli hanno portato le greggi sugli alpeggi alti, e degli alpinisti che hanno imparato a leggere queste creste prima che esistessero le cartine. Le alte vie che attraversano la valle la connettono al resto del sistema alpino valdostano con una coerenza geografica che solo i camminatori lenti sanno apprezzare. I pascoli producono ancora oggi il latte che diventa Fontina DOP, uno di quei casi in cui il territorio si gusta per davvero, non per metafora. Rhêmes ha mantenuto un profilo basso, quasi schivo, a differenza di altre valli che negli anni hanno costruito un’identità turistica più riconoscibile. Qui si viene per la natura, per i sentieri, per quella particolare qualità dell’aria che a certe quote non si descrive ma si respira. Ed è esattamente questo il motivo per cui vale la pena andarci.

Valsavarenche – Selvaggia, verticale, senza compromessi

Se si vuole capire cosa significa davvero il Parco Nazionale del Gran Paradiso, la Valsavarenche è il posto giusto da cui cominciare. È l’unica valle interamente compresa nel territorio del parco, e questo non è un dettaglio amministrativo: è una condizione che si percepisce fisicamente, nel modo in cui la fauna si muove senza timidezza, nel modo in cui i pascoli alti sembrano fuori dal tempo, nel modo in cui lo stambecco — animale simbolo del parco, salvato dall’estinzione proprio grazie all’istituzione di quest’area protetta nel 1922 — ti osserva dal masso con un’indifferenza che è, in realtà, fiducia. La valle sale dritta verso la vetta del Gran Paradiso con una determinazione quasi caratteriale, e la strada che percorre il fondovalle termina senza trasformarsi in altro: finisce, e da lì in poi si va a piedi. Chi arriva in Valsavarenche lo fa con un’intenzione precisa. L’alpinismo ha qui una storia lunga, legata alle prime ascensioni ottocentesche, ma è il paesaggio protetto nella sua interezza a costituire il vero patrimonio di una valle che non si offre, si guadagna.

Valle di Saint-Barthélemy – Un mix raro: natura selvaggia e ricerca scientifica

Ci sono valli che hanno una vocazione sola e valli che ne hanno due, apparentemente incompatibili, che invece convivono con una naturalezza sorprendente. La Valle di Saint-Barthélemy è di queste ultime. Da un lato, un paesaggio che ha tutto ciò che ci si aspetta da una valle laterale valdostana di media quota: alpeggi, boschi di larici, il profilo inconfondibile delle Alpi Pennine sullo sfondo. Dall’altro, a Lignan, uno degli osservatori astronomici più importanti d’Italia, l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, scelto non a caso in questa specifica posizione: i cieli di Saint-Barthélemy sono tra i meno inquinati d’Europa, e questo dato da solo racconta qualcosa di essenziale sulla valle. Poca luce artificiale significa poca presenza umana permanente, e poca presenza umana significa ecosistemi integri, ritmi lenti, una relazione con il tempo che nelle città si è dimenticata. Visitare Saint-Barthélemy di giorno per camminare e di notte per guardare il cielo non è un programma insolito: è semplicemente il modo più logico di stare in un posto del genere. Una valle che guarda in su, in tutti i sensi.

Champorcher – nascosta in piena vista
Torrente Vercoche Champorcher – foto Francesco Sisti

La Valle di Champorcher è una delle prime valli che si incontrano entrando in Valle d’Aosta, eppure è anche una delle meno conosciute. Come mai? Per la fretta di raggiungere destinazioni più blasonate, forse, o per il sospiro di sollievo dell’essere quasi arrivati che spinge a trascurare quello che c’è appena prima della destinazione.
Una valle poco frequentata, cha preserva qualcosa di difficile da trovare altrove, e il Parco naturale Mont Avic primo parco regionale della Valle d’Aosta, istituito nel 1989 — ne è la dimostrazione più concreta: un’area protetta con decine di laghi alpini, torbiere, foreste di pino uncinato e larice, che ospita stambecchi, camosci e marmotte in un paesaggio modificato solo marginalmente dall’uomo.
Ma la vallata non si esaurisce nella natura alta: scendiamo di quota per trovare, a Pontboset, una gola selvaggia scavata dal torrente Ayasse e attraversata da ponti medievali a schiena d’asino, e il celebre Giro dei Sei Ponti è uno di quei percorsi che restituisce intatta la sensazione di camminare su tracciati costruiti per necessità, non per piacere. A Champorcher stessa, in frazione Chardonney, l’Ecomuseo della canapa racconta un’attività artigianale che fino agli anni Cinquanta coinvolgeva quasi tutte le famiglie della vallata.

A chiunque cerchi dove alloggiare in Valle d’Aosta, il portale Booking Valle d’Aosta – lo strumento per la prenotazione dei soggiorni gestito direttamente dall’Ufficio regionale del Turismo – offre l’elenco delle strutture ricettive della Valle d’Aosta (alberghi, RTA, B&B, agriturismi e appartamenti), con la possibilità di prenotare direttamente online senza intermediari e senza alcun costo di prenotazione, selezionando in base al comprensorio o al tipo di esperienza desiderata.