di Giacomo “nonnoatipico” Bertola
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L’invito del nostro redattore, quello di andare ad ascoltare quella lingua sospesa tra Venezia ed il Friuli, tra il mare e la terra. Potreste tornare a casa con qualcosa di difficile da descrivere ma facile da riconoscere: la sensazione di aver toccato, per un momento qualcosa di autentico ed irripetibile.
C’è un posto in Italia dove entrando in paese un cartello ti avverte che stai per cambiare non solo territorio ma anche lingua. “Comunità di parlata veneta”, si legge appena si arriva a Marano Lagunare piccolo comune della provincia di Udine incastonato tra le acque di una laguna che sembra non appartenere del tutto né al mare né alla terra; una soglia, in tutti i sensi.
Ho sempre trovato i confini linguistici tra i fenomeni più affascinanti e misteriosi che un viandante curioso possa incontrare. Spesso non li vedi e non li tocchi eppure sono lì, solidissimi, intrecciati nella vita quotidiana delle persone come fili invisibili che tengono insieme un’identità collettiva.

A Marano Lagunare questo confine è addirittura segnalato all’ingresso come se gli abitanti tenessero a dirtelo subito prima ancora che si abbia il tempo di guardarsi attorno: qui parliamo veneziano, non friulano; e lo diciamo con orgoglio!
Marano Lagunare (Maran, in veneto ed in friulano) è un comune di poco più di milleseicento abitanti nell’entroterra udinese abitato già in epoca romana.
Il nome stesso rimanda a un’antica gens latina ed in una piazzetta centrale del paese sopravvive ancora oggi la toponomastica che ricorda quella lontana origine: Piazzetta Marii.
Ma è il Medioevo e soprattutto la lunghissima stagione veneziana a lasciare il segno più profondo quello che ancora oggi si sente nelle voci dei maranesi.
Nel cinquecento Marano fu al centro di una contesa accesa tra austriaci e veneziani e nel 1543 divenne un importante possedimento della Serenissima.
Ancora oggi, nell’architettura e nel dialetto parlato, sono ben visibili alcuni aspetti di quell’influenza veneziana: non si tratta di una curiosità folkloristica di un dialetto conservato in teca come si fa con i reperti nei musei ma è una lingua viva parlata nelle case, al porto, tra i pescatori che escono all’alba sulle barche piatte della laguna.

A Marano si parla un dialetto veneto arcaico caratterizzato da una certa affinità con il gradese (la parlata propria di Grado) e con il veneziano: arcaico non significa morto ma significa antico, radioso di stratificazioni, capace di custodire forme che altrove sono scomparse da secoli.
Questi centri costieri, che costituivano il Dogado veneziano e quindi erano direttamente amministrati dalla città di Venezia, conservano ancora oggi la cosiddetta “-g veneziana” contro la “-j” del resto del Veneto, come nelle parole famégia, mègio, ògio. Piccoli fossili fonetici… tracce di una Repubblica che non esiste più ma che in queste acque continua, stranamente a risuonare.
Con la parola “furlan” a Marano non veniva indicato soltanto il friulano ma l’appellativo designava anche il forestiero per antonomasia.
Una distanza identitaria significativa, se ci si pensa bene. Essere a pochi chilometri da Udine, trovarsi amministrativamente in Friuli-Venezia Giulia, e tuttavia sentirsi veneziani nel profondo, nella lingua, nell’anima: è la magia di certi luoghi di frontiera dove la geografia politica non coincide con quella dello spirito.
La laguna è un ecosistema del tutto a sé stante; dal punto di vista naturalistico è un ambiente di transizione: il suo fascino scaturisce dal fatto che, se osservato in un dato momento, non è mai uguale a come si presentava dieci minuti prima.
La lingua parlata dai maranesi racconta l’unicità di queste aree dove mare e terra si incontrano.
Non si tratta di una metafora: è una realtà concreta. Un popolo che ha vissuto per secoli sull’acqua tra canali, barene e isolotti, ha costruito un vocabolario specifico per descrivere quel mondo con parole che altrove semplicemente non esistono perché quel mondo altrove non c’è.
Abitare queste aree non è mai stata cosa semplice.
La laguna fu popolata in origine da famiglie romane forzate a spostarsi per porre un argine alle invasioni barbariche.
Una comunità nata dalla necessità, dall’urgenza, dal bisogno di trovare riparo là dove la terra si dissolve nell’acqua.
E forse è proprio da questa durezza delle origini che deriva la tenacia con cui i maranesi hanno preservato la loro parlata, resistendo alle pressioni del friulano circostante e poi dell’italiano standard.
Camminare per le calli di Marano (già il nome “calli” è tutto un programma) ed ascoltare i vecchi pescatori che conversano tra loro, è un’esperienza che scuote qualcosa di profondo.

Non è nostalgia o almeno non solo ma è la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di autentico non costruito per il turismo e tantomeno messo in scena per compiacere il visitatore.
Quella lingua è loro, appartiene a loro, ed è parte della stessa sostanza di cui è fatta la laguna: cangiante, difficile da afferrare, bellissima.
Penso che ci sia una lezione silenziosa in tutto questo.
In un’epoca in cui tutto tende all’omologazione ed in cui i dialetti vengono spesso liquidati come relitti del passato o addirittura come ostacoli alla comunicazione moderna, Marano Lagunare continua imperterrita a dirci che la diversità linguistica non è un problema da risolvere ma una ricchezza da custodire; che le parole di un posto contengono la sua storia, la sua fatica, la sua bellezza e che perdere una lingua, anche “solo” un dialetto, significa perdere un modo di guardare il mondo che non tornerà più.
Marano è piccola e defilata: non la trovi sulle copertine delle riviste di viaggio ma per chi ama le cose vere, quelle che non si spiegano in due parole ma si sentono nell’aria, vale il viaggio.
Andate ad ascoltare quella lingua sospesa tra Venezia ed il Friuli, tra il mare e la terra. Potreste tornare a casa con qualcosa di difficile da descrivere ma facile da riconoscere: la sensazione di aver toccato, per un momento qualcosa di autentico ed irripetibile.
