di Laura Calogero
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L’8 luglio i can’t be blue hanno aperto il concerto degli ATEEZ a Rock in Roma 2026. Sono arrivata all’Ippodromo delle Capannelle aspettando uno degli eventi K-pop più attesi dell’estate, ma sono uscita con una nuova band da seguire. Ecco il mio racconto del loro primo live europeo.

L’8 luglio 2026 l’Ippodromo delle Capannelle era pronto ad accogliere il debutto degli ATEEZ a Rock in Roma. Migliaia di fan erano lì per loro, me compresa. Prima dell’arrivo degli headliner, però, sul palco è salita una band che conoscevo solo di nome e che, nel giro di un’ora, è riuscita a conquistare gran parte del pubblico: i can’t be blue.
Il quintetto indie-rock sudcoreano ha trasformato quello che avrebbe potuto essere un semplice opening act in uno dei momenti più interessanti della serata. Non per effetti speciali o grandi produzioni, ma per qualcosa di molto più difficile da costruire: un rapporto sincero con chi avevano davanti.

Chi sono i can’t be blue
Nati nel 2024 tra i banchi del Dong-ah Institute of Media and Arts, i can’t be blue sono formati da Lee Dohun (voce), Kwon Dahyun (tastiere), Lee Hwuiwon (basso), Kim Chaehyun (chitarra) e Kim Daehun (batteria).
Il loro nome significa “non possiamo essere tristi” e descrive bene il cuore della loro musica: melodie malinconiche che, invece di appesantire l’ascoltatore, riescono a trasmettere conforto.
Dal vivo questa identità emerge con ancora più forza.

Un debutto europeo senza timidezza
Essere al primo concerto europeo significa spesso dover fare i conti con l’emozione. Sul palco, però, i can’t be blue hanno dato l’impressione opposta.
Fin dal primo brano si sono mossi con sicurezza, senza mai perdere il contatto con il pubblico. Nessuna ricerca della perfezione scenica a tutti i costi, ma cinque musicisti concentrati sulla musica e sull’interazione con le persone.
È probabilmente questo l’aspetto che mi ha colpito di più. La loro attitudine richiama quella delle band indie e rock occidentali: spontanea, diretta e lontana da qualsiasi costruzione artificiosa. Tra un brano e l’altro scherzavano, si prendevano i loro tempi e vivevano il palco con una naturalezza contagiosa.
Anche i piccoli dettagli contribuivano a rafforzare questa impressione. I membri fumavano tranquillamente sul palco, senza alcuna ricerca dell’immagine perfetta. Una scena insolita per chi è abituato ai rigidi standard del K-pop, ma perfettamente in linea con la loro identità artistica e con l’estetica rock.

Una scaletta ricca e suonata interamente dal vivo
I can’t be blue hanno portato sul palco undici brani, alternando momenti più delicati ad altri decisamente più energici.
Tra i pezzi che hanno colpito maggiormente ci sono stati Blue Daisy, realizzata in collaborazione con Mulasaki Ima, Still Want Me to Love You e Take It Anymore, che rappresentano perfettamente il sound della band.
Molto riuscita anche la cover di I Always Wanna Die dei The 1975, interpretata con personalità, mentre APT. di ROSÉ e Bruno Mars ha aggiunto una nota più leggera e divertente al set.
Non è mancato can’t love, il brano nato dalla collaborazione con Han degli Stray Kids che negli ultimi mesi ha permesso alla band di raggiungere un pubblico internazionale ben oltre la scena indie coreana.

L’omaggio a Roma con i Måneskin
Uno dei momenti che ricorderò di più è arrivato quando hanno deciso di omaggiare la città ospitante.
Dopo aver salutato il pubblico anche in italiano, hanno attaccato le prime note di I Wanna Be Your Slave dei Måneskin.
Sentire una giovane band coreana reinterpretare uno dei simboli del rock italiano proprio a Roma ha creato un’atmosfera speciale, accolta da un entusiasmo contagioso da parte del pubblico dell’ippodromo.

Lee Dohun tra il pubblico
Se la band ha convinto musicalmente, Lee Dohun ha conquistato tutti anche fuori dal palco.
Per ben due volte è sceso tra le transenne, cantando e salutando i fan delle prime file. Un gesto semplice, ma che ha contribuito a creare un clima ancora più familiare.
A un certo punto il pubblico ha iniziato a intonare un coro di “Sei bellissimo”.
Probabilmente, senza un interprete sul palco, i ragazzi non hanno colto il significato esatto delle parole. L’entusiasmo della platea, però, arrivava forte e chiaro, e i loro sorrisi lo confermavano.

La sorpresa finale: “Fxxkin’ Rockstar”
Il regalo più grande è arrivato negli ultimi minuti del concerto.
I can’t be blue hanno scelto proprio Roma per eseguire in anteprima mondiale Fxxkin’ Rockstar, brano inedito che farà parte del loro primo album completo annunciato nelle scorse settimane.
Sapere di assistere alla prima esecuzione assoluta di una nuova canzone ha reso quel momento ancora più speciale.
Il lungo applauso finale e la tradizionale foto con il pubblico hanno chiuso uno show che, almeno per me, è stato una delle sorprese più belle di questa edizione di Rock in Roma.

Scaletta dei can’t be blue a Rock in Roma 2026
1. Dim
2. Should Be You
3. Sick of You
4. I Always Wanna Die (The 1975 cover)
5. Still Want Me to Love You
6. Blue Daisy
7. Can’t Love
8. I Wanna Be Your Slave (Måneskin cover)
9. Take It Anymore
10. APT. (ROSÉ & Bruno Mars cover)
11. Fxxkin’ Rockstar (inedito)

Un debutto europeo che lascia il segno
Sono arrivata a Rock in Roma aspettando gli ATEEZ. Me ne sono andata parlando dei can’t be blue.
È questo, in fondo, il miglior risultato che possa ottenere un opening act: salire sul palco davanti a un pubblico che non ti conosce e scendere lasciando il desiderio di ascoltarti ancora.
I can’t be blue non hanno cercato di stupire con effetti spettacolari. Hanno semplicemente suonato, si sono divertiti e hanno costruito un dialogo continuo con il pubblico. Ed è proprio questa autenticità ad aver reso il loro debutto europeo così convincente.
Se questo concerto rappresenta il primo capitolo della loro storia in Europa, sarà interessante vedere dove li porterà il prossimo tour. Dopo averli visti dal vivo a Roma, ho la sensazione che questo sia soltanto l’inizio.