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Accogliamo oggi un nuovo racconto di nonnoatipico che ci racconta il suo viaggio a passo lento tra il fiume, le pareti di roccia e la Grotta di Sant’Angelo, luogo di culto e memoria eremitica nel cuore dell’Abruzzo teramano.

Ad una certa età si viaggia diversamente: non solo più piano, ma con un’attenzione nuova.
È un modo di viaggiare lento ed esperienziale in cui il percorso vale quanto la meta.
Si sente maggiormente il terreno sotto le scarpe cercando un appoggio sicuro prima di affrontare una discesa e ci si ferma più spesso non solo per riprendere fiato ma perché finalmente non si avverte più il bisogno di arrivare subito.
È con questo spirito che ho raggiunto Ripe, piccola frazione di Civitella del Tronto, punto di partenza per entrare nelle Gole del Salinello.
Avevo letto di un paesaggio selvaggio, di grotte abitate fin dall’antichità e di eremi nascosti tra le pareti della montagna ma soprattutto mi attirava l’idea di seguire, almeno simbolicamente, la traccia lasciata in Abruzzo da Pietro da Morrone l’eremita diventato papa con il nome di Celestino V.
Dal paese la strada si allontana lentamente dalle case e si avvicina alla montagna.
All’inizio il paesaggio appare quasi rassicurante: alberi, prati, qualche tavolo per la sosta… poi la valle cambia decisamente carattere. Le due alture conosciute come Monti Gemelli, la Montagna dei Fiori e la Montagna di Campli, si stringono intorno al corso del Salinello. Il fiume, lavorando la pietra per secoli, ha scavato un canyon profondo fatto di pareti calcaree, cavità e passaggi ombrosi.

Cammino senza fretta: so che in montagna la prudenza non è paura, ma rispetto.
Gli scarponi aiutano, così come i bastoncini da trekking che porto sempre con me.
Ogni tanto mi volto a guardare il sentiero percorso: un gesto che da giovane, quando contava solo la meta, facevo raramente; oggi, in un viaggio diventato esperienza più che prestazione, provo interesse anche per la strada già fatta.
Il rumore del Salinello arriva prima della sua vista: l’acqua scorre fra massi chiari, forma piccole pozze e accompagna il cammino con una voce continua. Intorno, la vegetazione sembra approfittare di ogni spazio disponibile. Alberi ed arbusti si aggrappano alle pendenze mentre più in alto le pareti nude emergono come quinte di un teatro naturale. In quest’ambiente trovano rifugio anche specie importanti, tra le quali l’aquila reale.
La meta che più mi interessa è la Grotta di Sant’Angelo, uno dei luoghi simbolici delle gole. Le ricerche archeologiche hanno restituito testimonianze molto antiche risalenti anche alla preistoria. In epoca medievale la cavità divenne un luogo di culto dedicato a San Michele Arcangelo ed accolse spazi utilizzati per la preghiera e la vita eremitica.
L’ingresso appare nella roccia quasi all’improvviso. La montagna non sembra ospitare la grotta… sembra essere la grotta.
La separazione tra opera della natura ed intervento umano è sottile: gradini, altari, piccoli ambienti ed aperture si inseriscono nella cavità senza cancellarne l’aspetto originario.
Quando entro la temperatura cambia, il rumore esterno si attenua e le parole vengono spontaneamente pronunciate a voce più bassa.
Non sono particolarmente incline alle suggestioni; eppure, qui è difficile restarne indifferenti.
La luce penetra dall’apertura principale e disegna contorni irregolari sulle pareti.
In alcuni punti la roccia è ruvida, in altri appare consumata dal tempo, dall’acqua e forse anche dall’opera delle mani.
Il nome di Pietro da Morrone accompagna spesso la visita a questi luoghi.

La sua presenza personale nella Grotta di Sant’Angelo appartiene soprattutto alla tradizione ed alla memoria spirituale del territorio mentre è ampiamente documentato il legame del futuro Papa con l’eremitismo abruzzese e con i romitori del Morrone e della Maiella. Pietro cercò per lunghi anni la solitudine delle montagne prima di essere eletto pontefice nel 1294.
Camminando nella cavità la distinzione tra presenza storicamente provata e tradizione popolare perde, almeno per qualche istante, parte della sua importanza: non perché la storia possa essere sostituita dalla leggenda, ma perché il paesaggio aiuta a comprendere il tipo di scelta compiuta da Pietro. Vivere in un luogo simile significava rinunciare alle comodità, sopportare il freddo, la fame, l’umidità e la paura: la solitudine degli eremiti non era una vacanza dal mondo ma disciplina quotidiana, una ricerca radicale che oggi possiamo soltanto immaginare.
Penso alla vicenda di Celestino V: un anziano monaco strappato al silenzio e condotto verso uno dei ruoli più potenti del suo tempo.
Mi colpisce soprattutto la sua età. La storia tende a raccontare la vecchiaia come una fase conclusiva mentre Pietro da Morrone affrontò proprio negli ultimi anni la prova più grande della sua esistenza: diventò Papa quando era già molto avanti con gli anni e trovò infine il coraggio di riconoscere la propria inadeguatezza al governo della Chiesa scegliendo la rinuncia. Fu forse proprio quell’età avanzata a dargli la lucidità per riconoscere la propria inadeguatezza al ruolo. Un gesto che un uomo più giovane, nel pieno della vigoria e della ambizione, difficilmente avrebbe avuto il coraggio di compiere.
Uscendo dalla grotta mi siedo per qualche minuto.
Di fronte a me le pareti delle gole sembrano chiudere l’orizzonte ma basta alzare lo sguardo per ritrovare il cielo
.
Mangio lentamente un pezzo di pane e bevo un po’ d’acqua.
Non ho conquistato una cima e non ho stabilito alcun record, eppure provo quella soddisfazione quieta che nasce dall’essere arrivati in un luogo con le proprie forze.
Proseguendo nelle Gole del Salinello si incontrano altri romitori, come Santa Maria Scalena e San Marco, collocati in punti molto più esposti e difficili da raggiungere.
Alcuni itinerari richiedono esperienza escursionistica, assenza di vertigini e, preferibilmente, l’accompagnamento di una guida. Gli stessi organizzatori raccomandano scarponi alti, bastoncini e attrezzatura adeguata: determinati tratti sono classificati per escursionisti esperti.
Per chi non è più giovane, questo è un aspetto importante.
La montagna non deve diventare una prova da superare per orgoglio: è proprio qui che il viaggio lento ed esperienziale mostra il suo valore perché conta la qualità dell’attenzione, non la distanza percorsa.
Si può scegliere un percorso breve, fermarsi alla grotta, osservare la cascata e tornare indietro: la bellezza di un viaggio non si misura nei chilometri percorsi.
Sulla via del ritorno il Salinello continua a scorrere accanto a me.
Penso che l’acqua e la vecchiaia abbiano qualcosa in comune: entrambe insegnano che la forza non consiste sempre nell’urto: talvolta è la continuità a modificare le cose.
Il fiume ha aperto lentamente la roccia; gli anni, nello stesso modo, scavano dentro di noi, portando via alcune illusioni e lasciando emergere ciò che veramente conta.

Delle Gole del Salinello conserverò il fresco della grotta, il suono dell’acqua e l’immagine del cielo incorniciato dalla pietra.
Ma soprattutto porterò con me una domanda suggerita dalla figura di Pietro da Morrone: quanto coraggio occorre per riconoscere la propria strada e quanto, ancora di più, per tornarvi dopo essersene allontanati?
Forse è questo il dono dei viaggi lenti ed esperienziali che si compiono nella terza età: non ci mostrano soltanto luoghi nuovi, ma ci insegnano un modo diverso di attraversarli.
Ci aiutano a rileggere, con maggiore sincerità, il cammino già percorso.