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Giotto per San Francesco, un unico genio e una squadra di artisti: nella cappella Bardi restauro al servizio di un racconto potente, torna protagonista l’invenzione spaziale giottesca. L’immagine restituita permette di comprendere meglio la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende alterne che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli.

Il restauro delle Storie di San Francesco, nella Cappella Bardi in Santa Croce,  prendendosi cura di un capolavoro, restituisce una più chiara lettura della pittura giottesca, mettendone in luce la ricchezza vitale, la intensità espressiva, la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto e del suo rapporto con quello reale.
Dopo quattro anni di intenso lavoro le pitture murali di Giotto, testo capitale del primo quarto del Trecento e punto di riferimento degli artisti successivi, vengono quindi restituite alla vista dei visitatori di tutto il mondo: il progetto di studio approfondito e il successivo restauro è stato  promosso dall’Opera di Santa Croce con l’Opificio delle Pietre Dure che l’ha progettato e  realizzato, a sostenerlo, oltre al Ministero della Cultura,  la Fondazione CR Firenze, ARPAI, e un gruppo di appassionati e generosi donatori privati, tra cui Veronica e Dominque Marzotto e William von Mueffling. La campagna Giving4 Giotto ha accompagnato il restauro, attivando la generosità di persone da tutto il mondo.

Nell’anno in cui si celebra l’ottavo centenario del Transito di Francesco d’Assisi le sei scene della cappella, che fanno riferimento alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio dove Francesco viene presentato come l’alter Christus, riportano a momenti cruciali della vita di Francesco: la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.
Che sul ponteggio con Giotto e sotto il suo coordinamento operassero diversi altri pittori è noto, soprattutto in questa fase matura della sua carriera; il restauro rende oggi più chiare differenze tecniche e di stile, che confermano come la Cappella Bardi sia stata un incubatore per le novità che, sulla base del linguaggio di Giotto, avrebbero poi segnato gli sviluppi dei decenni successivi. Una conferma è anche la capacità di Giotto di piegare le tecniche alle proprie necessità espressive ed operativelavorando su una base a fresco, ma facendo poi diffusamente uso di tecniche a secco, per poter contare su una più ampia gamma di pigmenti, variando così gli effetti cromatici e spaziali, potendo gestire più agevolmente i tempi del cantiere.

L’immagine restituita permette di comprendere meglio la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende alterne che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli: la scialbatura a calce nei primi decenni del ‘700, la riscoperta nel 1851 con il restauro di Gaetano Bianchi e poi l’intervento di Leonetto Tintori sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci tra il 1957 e il 1959.
Per quattro anni le attività di indagine scientificaconservazionericerca e documentazione hanno proceduto di pari passo perseguendo essenzialmente due obiettiviIl primo ha riguardato la soluzione dei problemi poco visibili ma più insidiosi che avrebbero potuto compromettere la stessa integrità materiale del ciclo: con le metodologie di analisi e intervento più avanzate sono state consolidate le parti più fragili (fratture nelle pareti laterali, aree a rischio caduta di intonaco, sollevamenti e cadute della pellicola pittorica), sono stati ridotti pericolosi fenomeni di degrado (come la diffusa presenza di sali solubili), rimossi depositi e materiali alterati e sostituito molte delle vecchie stuccature sintetiche risalenti al precedente restauro con impasti più compatibili con gli intonaci originali.

Il secondo è stato la complessa definizione dell’immagine finale: la delicata integrazione delle lacune (quelle più grandi che segnano in maniera così evidente ed indelebile le pitture, le numerosissime piccole mancanze che punteggiano l’intera superficie – circa cinquemila- e le diffuse abrasioni) è stata affrontata con sistemi differenziati, con l’obiettivo di ridare quando possibile continuità al testo figurativo rispettando al tempo stesso le tracce della difficile storia conservativa.
Emerge cosi, in tutta la sua potenza, l’invenzione spaziale di Giotto. Le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella e la trasforma idealmente in una sorta di grande ciborio. Entro questa ossatura illusionistica, che doveva accomunare le altre cappelle del transetto, le scene si svolgono prevalentemente all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmentecome grandi scatole aperte verso lo spettatore, che governano il disporsi delle figure. Anche negli episodi ambientati all’esterno, come la Rinuncia ai beni paterni, l’architettura, complessa, svolge un ruolo centrale.

Il restauro ha inteso valorizzare questo aspetto, ricostruendo con interventi sempre riconoscibili la continuità del dispositivo spaziale sovrapposto a quello reale, restituendo così immediata leggibilità a un elemento cruciale della rivoluzione pittorica dell’artista, la cui centralità è sottolineata dalla minuzia con cui questi elementi sono stati costruiti sulla parete, utilizzando sull’intonaco incisioni e linee tracciate con corde imbevute di colore battute. Per la prima volta tutti questi elementi sono stati oggetto di una mappatura digitale e quindi possono essere letti nel loro insieme, permettendo di seguire passo dopo passo la progettazione di uno spazio pittorico che stupisce per la sua complessità e precisione.

Le vicende del ciclo pittorico, dall’occultamento al restauro
Il progetto di studio e restauro delle pitture murali di Giotto nella cappella Bardi nasce da un lungo percorso di ricerca e tutela. Avviato nel luglio 2022, l’intervento affonda le sue radici nel Progetto Giotto, l’innovativa campagna di indagini condotta dall’Opificio delle Pietre Dure nel 2010 sulle cappelle Bardi e Peruzzi. Quelle ricerche hanno permesso di approfondire la conoscenza della tecnica pittorica di Giotto e della sua bottega e di valutare con precisione lo stato di conservazione dei due cicli.
Commissionata con ogni probabilità da Ridolfo de’ Bardi, esponente della potente famiglia di banchieri fiorentini, la cappella presenta una decorazione pittorica estesa su circa 180 metri quadrati. Sulle pareti laterali Giotto e la sua bottega rappresentarono in sei grandi scene alcuni momenti cruciali della vita di san Francesco, ai quali si aggiungono le Stimmate dipinte sopra l’arcone d’ingresso, le figure dei santi sulla parete di fondo e le allegorie delle virtù francescane nella volta.
La datazione del ciclo è ancora oggetto di confronto tra gli studiosi. Le pitture furono certamente realizzate dopo il 1317, anno della canonizzazione di san Ludovico di Tolosa, raffigurato sulla parete di fondo della cappella, e appartengono alla fase matura dell’attività di Giotto.
La storia conservativa di questo capolavoro è particolarmente complessa. Le pitture murali furono nascoste sotto diverse imbiancature a calce in un momento non ancora precisato, ma certamente anteriore al 1730. È probabile che questo intervento avesse almeno in parte risparmiato la parete di fondo. All’inizio dell’Ottocento, inoltre, nel registro inferiore delle pareti laterali, furono inseriti i cenotafi di due architetti granducali: Giuseppe Salvetti, nel 1812, e Niccolò Gaspero Maria Paoletti, nel 1818.
Nel 1851 il ritrovamento fortuito: mentre si preparava una nuova decorazione della cappella, sotto gli strati di calce riemersero alcune porzioni delle pitture trecentesche. La riscoperta del ciclo fu affidata al pittore e restauratore Gaetano Bianchi. La rimozione meccanica delle imbiancature, o descialbo, riportò alla luce le pitture di Giotto, ma provocò anche numerose abrasioni, graffi e perdite della pellicola pittorica. La successiva rimozione dei due cenotafi causò inoltre la perdita definitiva delle parti di affresco che si trovavano dietro i monumenti.
Secondo la concezione del restauro propria dell’Ottocento, Bianchi ricostruì le parti mancanti e uniformò le superfici con una diffusa patinatura a tempera. Per circa un secolo, l’immagine del ciclo Bardi coincise quindi in larga misura con questa interpretazione ottocentesca dell’opera di Giotto. Tra il 1957 e il 1959 il soprintendente Ugo Procacci e il restauratore Leonetto Tintori affrontarono il problema secondo criteri profondamente diversi. Le ridipinture di Bianchi furono rimosse per recuperare quanto rimaneva della pittura originale; le integrazioni ottocentesche furono conservate separatamente per il loro valore documentario. Tintori intervenne soltanto con leggere velature sulle cadute della pellicola pittorica, lasciando invece a tinta neutra le grandi e piccole lacune dell’intonaco, circa cinquemila. Questa scelta restituì autenticità alle pitture di Giotto, ma lasciò inevitabilmente il ciclo in uno stato molto frammentario.
A oltre sessant’anni di distanza, il restauro avviato nel 2022 ha affrontato insieme due esigenze: garantire la conservazione dell’opera e migliorarne la leggibilità, senza cancellare le tracce della sua storia.