Riceviamo e pubblichiamo
foto Daniele Molajoli
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Fino al 23 agosto 2026 la mostra, a cura di Gregor H. Lersch, che offre l’occasione di riscoprire le opere del pittore tedesco insieme ai capolavori di alcuni dei suoi maestri, tra cui quelli di Kandinsky, Klee, Albers e Itten, esposti nella Sala Mondrian e appartenenti alle collezioni della Gnamc.
La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (Viale delle Belle Arti 131) presenta dal 21 aprile al 23 agosto 2026 la mostra Max Peiffer Watenphul. Pittore del Bauhausa cura di Gregor H. Lersch, Direttore del Museo Casa di Goethe, promossa e organizzata dalla Fondazione Max Peiffer Watenphul ETS, fondata nel 2025 allo scopo di promuove la tutela, lo studio e la diffusione dell’opera di Max Peiffer Watenphul e contribuire alla valorizzazione del suo patrimonio culturale.
La mostra è realizzata in collaborazione con il Museo Casa di Goethe e con il gentile sostegno del Bauhaus-Archiv / Museum für Gestaltung di Berlino e il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania.
La direttrice della GNAMC, Renata Cristina Mazzantini così descrive la mostra: “La mostra offre la preziosa occasione di riscoprire le opere di Watenphul, insieme con i capolavori di alcuni dei suoi maestri, tra cui quelli di Kandinsky, Klee, Albers e Itten, esposti nella Sala Mondrian e appartenenti alle collezioni della Gnamc. Sottolinea quindi anche la rilevanza storica della leggendaria Scuola del Bauhaus, che dal 1919 innescò un irreversibile processo di rinnovamento della creatività”.


Enrico Pasqualucci Sammartini, Presidente della Fondazione dedicata all’artista, sottolinea: «Questa mostra rappresenta il primo passo pubblico della Fondazione. Ringrazio la Direttrice Renata Cristina Mazzantini per aver accolto con convinzione questo progetto, offrendo all’opera di Max Peiffer Watenphul una sede istituzionale di così alto profilo. Per me, come pronipote dell’artista, questo momento ha anche un significato personale: un impegno a trasmettere alle generazioni future lo spirito, le opere e le lettere dello zio Max, trasformando una memoria familiare in un patrimonio culturale condiviso».
Dopo il successo della retrospettiva dedicata all’artista nel 2023 al Museo Casa di Goethe, questa mostra approfondisce in modo più ampio e dettagliato l’originale e indipendente figura dell’artista tedesco Max Peiffer Watenphul (Weferlingen, 1896 – Roma, 1976) che si muove nei circoli d’avanguardia degli anni Venti del Novecento, dipingendo città e paesaggi, fotografando soggetti con identità queer e viaggiando incessantemente (soprattutto dopo che uno dei suoi quadri fu esposto alla mostra “Arte Degenerata” nel 1937).


Pur avendo sperimentato diversi media – dall’arazzo alla fotografia – Max Peiffer Watenphul rimase sempre, innanzitutto, un pittore.
La pittura costituisce il nucleo costante della sua ricerca artistica e il punto di riferimento a partire dal quale si comprendono anche le opere tessili e fotografiche, espressione dell’approccio interdisciplinare appreso durante il biennio formativo presso il Bauhaus di Weimar (1919-1922), periodo determinante che plasmò il suo linguaggio visivo e la sua fitta rete di relazioni con i grandi maestri della modernità, tra cui Paul Klee, dal quale fu fortemente influenzato e con cui instaurò uno stretto legame affettivo e professionale.
L’esposizione, con ottanta opere in mostra, ricostruisce l’intero percorso dell’artista: dalle prime opere giovanili agli anni della formazione al Bauhaus di Weimar, dai paesaggi e dalle nature morte italiani fino al periodo veneziano del secondo dopoguerra, in cui matura un linguaggio pittorico autonomo e tra i più intensi della sua produzione.



Fulcro centrale della mostra è mettere in luce il suo essere un pittore del Bauhaus la cui opera, radicata nell’esperienza interdisciplinare della scuola, si sviluppa in una direzione autonoma e profondamente originale.
Come sottolinea il curatore Gregor H. Lersch: “Al Bauhaus, in un’epoca di riforme radicali e sperimentazioni collettive, Max Peiffer Watenphul sostenne con coerenza la pittura come mezzo artistico autonomo. La sua opera dimostra quanto la pittura fosse parte integrante della ricerca artistica della scuola e riflette un principio fondamentale formulato dal fondatore Walter Gropius: non la creazione di uno stile unitario, ma lo sviluppo di un nuovo atteggiamento verso una modernità visiva”.
In mostra vengono presentate per la prima volta numerose opere. Di particolare rilievo il primo olio noto di Peiffer Watenphul, del 1917, “Grace con gatto”, che ritrae la sorella dell’artista. A questo si affiancano acquerelli realizzati prima e durante il periodo del Bauhaus, tra cui “Natura morta con limoni” del 1921, in cui uno spremilimoni è raffigurato come oggetto di design e d’uso quotidiano attraverso un linguaggio pittorico volutamente sobrio. Di particolare interesse è anche “Vista su Il Pero” (1970): un paesaggio toscano del periodo tardo dell’artista, in cui la topografia e la cromia sono rese in forma fortemente ridotta. La mostra è inoltre arricchita da lettere e documenti provenienti dal lascito dell’artista, anch’essi finora inediti.


La mostra si articola in cinque sale
Il percorso inizia con Introduzione e biografia, dove sono esposte le prime opere di Max Peiffer Watenphul: studi, autoritratti e prime sperimentazioni realizzate già prima del periodo di studio al Bauhaus. Sono presenti dipinti che raffigurano luoghi significativi della sua biografia e della sua attività artistica, tra cui Weimar come sede del Bauhaus, la regione industriale della Ruhr, il Messico negli anni Venti e, ripetutamente, l’Italia. Già in questa sala si coglie lo sviluppo dell’opera di un pittore figurativo moderno. Particolarmente significativi sono inoltre i ritratti di famiglia dell’artista, tra cui l’autoritratto e i ritratti della madre e della sorella.
La seconda sala, Bauhaus e avanguardia tedesca degli anni Venti, è dedicata al periodo trascorso da Peiffer Watenphul al Bauhaus di Weimar (1919–1922) e all’influenza di Paul Klee e di altri maestri della scuola come scuola di arte di riforma, dove anche la pittura aveva un ruolo importante. Tra i pezzi di rilievo spicca un arazzo del 1921, esempio significativo di come le teorie del colore e della forma insegnate da Johannes Itten siano state tradotte in una composizione tessile astratta e ritmica. Il tappeto progettato e realizzato da Peiffer Watenphul è considerato una delle opere centrali della tessitura del primo Bauhaus e testimonia il carattere interdisciplinare dell’insegnamento. In mostra è presentata una copia dell’arazzo, realizzata appositamente a mano per l’esposizione. La sezione comprende inoltre opere provenienti dalla collezione privata dell’artista realizzate da Otto Dix, Alexej von Jawlensky, Paul Klee e Oskar Schlemmer, con i quali Peiffer Watenphul intratteneva rapporti di amicizia e di stima reciproca. Una ricca corrispondenza proveniente dal lascito dell’artista documenta il suo legame con i protagonisti delle avanguardie artistiche tedesche degli anni Venti.
La terza sala, Fotografia, presenta vedute architettoniche di Roma e ritratti realizzati all’inizio degli anni Trenta, che testimoniano come l’esperienza del Bauhaus abbia influenzato anche la ricerca fotografica di Peiffer Watenphul. In queste immagini l’artista sperimenta composizioni rigorose e sviluppa quelle che egli stesso definì “dipinti fotografici”.
La quarta sala, Paesaggi e nature morte – La pittura di Max Peiffer Watenphul nel dopoguerra, tra un realismo espressivo e una pittura lirica, riunisce paesaggi e nature morte appartenenti a diverse fasi della sua produzione, con particolare attenzione ai paesaggi italiani.
Il percorso si conclude con la quinta sala, dedicata a Venezia. Nella città lagunare l’artista sviluppa, dalla fine degli anni Quaranta, un linguaggio pittorico autonomo per rappresentare la città. Qui intreccia rapporti con la scena artistica locale e internazionale, tra cui Filippo de Pisis, Peggy Guggenheim e Zoran Mušič. Una sezione è dedicata anche alla tecnica pittorica dell’artista e mostra come egli utilizzasse cartoline come modelli di lavoro. In queste pratiche emergono ancora riferimenti ai metodi artistici appresi durante il periodo di studio al Bauhaus. La partecipazione alla Biennale di Venezia del 1948 e del 1950 è documentata attraverso diversi materiali d’archivio, tra cui lettere di Giorgio de Chirico e Jean Cocteau.
La visita è arricchita, nella prima, seconda e ultima sala, da alcune postazioni multimediali che permettono di approfondire alcuni temi dell’esposizione, tra cui il Bauhaus come scuola d’arte interdisciplinare e la vita privata dell’artista documentata attraverso fotografie.
La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue (italiano e inglese) edito da Electa con il saggio del curatore Gregor H. Lersch, e i testi di Riccardo Salvatori e Michael Semff.
Informazioni orari e biglietteria: https://gnamc.cultura.gov.it/informazioni-per-la-visita/
Max Peiffer Watenphul nasce il 1° settembre 1896 a Weferlingen e cresce tra Germania e Ruhr, mostrando presto interesse per il disegno. Dopo studi in Medicina e poi in Giurisprudenza, si laurea nel 1918 a Würzburg, ma decide di abbandonare la carriera legale per dedicarsi alla pittura. Nel 1919 entra al Bauhaus di Weimar, dove studia con Johannes Itten e conosce maestri come Lyonel Feininger, Vasilij Kandinskij e Paul Klee. Firma un contratto con il mercante Alfred Flechtheim ed espone con il gruppo Das Junge Rheinland, ottenendo presto riconoscimenti. Negli anni Venti viaggia molto tra Italia, Francia e Messico, esperienze che influenzano profondamente la sua arte. Insegna alla Folkwangschule di Essen e riceve importanti premi, tra cui il Premio Villa Massimo nel 1931. Con l’ascesa del nazismo viene perseguitato: le sue opere sono confiscate ed esposte come “arte degenerata”. Si rifugia in Italia, soprattutto a Ischia e Venezia, dove realizza i celebri “quadri veneziani” e partecipa alle Biennali del 1948 e 1950. Nel dopoguerra alterna soggiorni tra Germania, Austria e Italia, ottenendo nuove mostre, retrospettive e incarichi accademici. Muore il 13 luglio 1976 a Roma ed è sepolto al Cimitero Acattolico.



















